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I mitici colloqui di lavoro di Google? Forse non funzionano

E se le famose domande "alla Google" agli aspiranti lavoratori non funzionassero poi così tanto? Il sospetto di alcuni ex googler.

Domande assurde. Difficili ma anche bizzarre. Personali e matematiche. C’è di tutto, nel questionario che Google sottopone ai suoi candidati per i lavori più delicati. Domande che non sono di per sé pensate per mettere in difficoltà il candidato: spesso vogliono solo misurare la sua capacità di problem solving. Una delle più comuni, per esempio, è: “Qual è il tuo prodotto preferito tra quelli di Google? E come lo miglioreresti?”.

Il caso del genio della matematica “bocciato” da Google

In questo caso, l’aspirante googler deve di fatto criticare un servizio dell’azienda dei suoi sogni. Un criterio di selezione che ha fatto la storia e ispirato un vero e proprio mito. Ma, secondo alcuni, questo approccio ha anche fatto perdere al gigante molte persone talentuose e capaci. Professionisti che, pur esperti nel loro settore, non danno il meglio in queste situazioni. E non passano la selezione, per poi venire assunti dalla concorrenza.

A chiedersi se non sia un approccio del tutto errato è il sito tecnologico Protocol, che ha parlato con decine di dipendenti ed ex dipendenti dell’azienda. Tra tutti,  Robert Jacobson, Phd in matematica, ex docente della prestigiosa Roger Williams University, che fu avvicinato dalla Grande G per un “posto d’élite”. Dopo aver preso tempo per qualche mese, finalmente Jacobson accettò di fare il colloquio. Tra le domande che gli furono poste, anche un puzzle piuttosto elementare, specie per un genio come lui. Normalmente avrebbe risposto senza alcun problema ma quelli di Google avevano deciso di far partire un timer per aumentare la pressione. Il matematico andò nel pallone e non seppe rispondere.

Milioni di colloqui all’anno

Non è solo la tensione o lo stress, fenomeni del resto inevitabili in queste situazioni. Secondo i critici dell’azienda, Google avrebbe un approccio errato alla ricerca di talenti. Il motivo principale è la massa di persone che deve scandagliare, ovvero l’offerta di forza lavoro: ogni anno Google intervista milioni di persone. Per farlo ha migliaia di addetti, esperti e trainer, ad aiutare i candidati.

Ma la massa rende impossibile una ricerca davvero “umana”, costringendo l’azienda a delegarla di fatto ai computer. Il processo di selezione è così automatico, digitalizzato. Fin troppo. “Google sta applicando la gestione scientifica alle persone”, ha detto un ex aspirante dipendente dell’azienda. “Applicano metriche e misure alla gente senza comprenderne le conseguenze”. Nel suo, ha spiegato, il “sistema” aveva deciso che avrebbe dovuto candidarsi per una posizione per cui non era preparato, ma che quadrava con i dati raccolti.

Un sistema con falle logiche che hanno conseguenze nella qualità delle assunzioni – e la loro varietà. I panel di selezione, poi, sono dominati da maschi (di un’età relativamente avanzata), rendendo le selezioni piuttosto omogenee e prevedibili.

Google, vittima del suo stesso mito?

Google rimane molto desiderata, anche grazie al mito del loro processo di selezione. Ma nel frattempo realtà alternative, a partire da Facebook, sembrano aver trovato tecniche migliori e più efficaci. Test meno lunghi (quelli di Google durano mesi), meno pressanti sul candidato e soprattutto più focalizzati sulla posizione interessata.

La Grande G, invece, continua a porre quesiti matematici e logici anche alle persone che non hanno motivo di eccellere in quel campo. Come se ormai il mito delle domande dell’azienda sia diventato la tradizione dell’azienda stessa. A rimetterci, tanto, è chi si candida – o anche Google?

(Foto: Wikimedia)