I business plan non servono: parola di Elon Musk

Come pianifica le sue decisioni uno degli imprenditori più potenti del mondo? Semplice: non le pianifica. Elon Musk non ha un business plan

Genio e sregolatezza, si potrebbe dire con Alexander Dumas a proposito di Elon Musk. Geniale lo è di sicuro, “sregolato” anche: basti penare a quella volta che ha fumato marijuana e bevuto whisky durante un podcast con Joe Rogan. Provocatorio, impulsivo, capriccioso: l’uomo che ha scommesso con successo su auto elettriche, viaggi nello spazio e intelligenza artificiale è così. Prende le sue decisioni d’impeto, eppure c’azzecca sempre. Non si affida agli esperti, ma segue quasi esclusivamente i tuoi stessi consigli.

E, soprattutto, non ha un business plan. L’imprenditore simbolo dell’innovazione è ben diverso dagli altri magnati del tech: nessuna attenta pianificazione, nessuna strategia aziendale. Elon Musk conta sulla sua fantasia e alla certezza di avere ragione al 100%, come emerge dalle interviste a oltre 30 persone che lavorano o hanno lavorato con lui realizzate dal New York Times.

Elon Musk e il business plan (che non c’è) per Twitter

Questo discorso vale anche per l’ultimissima sfida intrapresa dall’uomo più ricco del mondo: Twitter. Mentre tutti si domandano che cosa abbia in mente, lui non ci pensa proprio. Non ha nessun piano su come finanziare o gestire il social network dei cinguettii, ha confidato a uno stretto collaboratore. Per portare a termine l’accordo da 44 miliardi di dollari, si è consultato solo con una cerchia ristretta di persone, tra cui Jared Birchall, capo del suo family office, e Alex Spiro, suo avvocato personale.

E quando Twitter ha resistito alle sue aperture, Elon non ha mica argomentato le sue tesi, numeri alla mano. No, ha fatto pressioni sull’azienda con una serie di tweet, alcuni maliziosi, altri pungenti, sicuramente tutti impulsivi.

“Io non faccio business plan”, ha dichiarato nel 2018 a una conferenza. “Ne avevo uno ai tempi di Zip2 (la sua prima startup, fondata 25 anni fa, ndr). Ma queste cose sono sempre sbagliate, quindi non mi sono più preoccupato dei piani aziendali successivamente”.

I miliardari della tecnologia come Bill Gates, Jeff Bezos e Larry Page spesso fanno pianificazioni a lungo termine e gestiscono i loro affari attraverso una complessa macchina aziendale di avvocati, professionisti della comunicazione e consulenti di vario tipo. Musk, 50 anni, si comporta come mai nessuno prima.

Il “cerchio magico” di Elon Musk

Il “cerchio magico” a cui si affida è composto, oltre che da Birchall e Spiro, da suo fratello minore e da altri uomini fidatissimi, una decina in tutto, per lo più d’accordo con lui e pronti ad eseguire i suoi ordini, tra ammirazione e paura.

Per gestire le sue numerose idee – scrive ancora il New York Times – Musk crea continuamente nuove società, la maggior parte delle quali sono strutturate in modo che sia lui a rimanere al comando, mentre i suoi fedeli luogotenenti lavorano sparsi nel suo impero di affari.

Una volta che Musk ha identificato il progetto chiave di ogni azienda, quello che chiama il “percorso critico” (“critical path”), assume il controllo per garantire che la sua visione sia soddisfatta, controllando i più piccoli aspetti di come le tecnologie vengono costruite e implementate.

Affidarsi al suo piccolo equipaggio e attenersi al proprio pensiero, insomma, è la strategia che ha permesso a Musk di generare la casa automobilistica più preziosa del mondo e un’innovativa azienda missilistica. Un  moderno Howard Hughes, miliardario statunitense del Novecento, conosciuto per le sue imprese nel campo del cinema e dell’aeronautica oltre che per la sua vita mondana e le sue stravaganze.

 

L’intervista completa con Joe Regan