Aziende italiane in Russia: quali sono e cosa rischiano

Aziende italiane in Russia: ci sono marchi importanti che rischiano davvero grosso. Alcuni hanno già chiuso mentre altri ci stanno pensando.

Aziende italiane in Russia: sono diverse e tante. Alcune hanno già chiuso per evitare che il proprio marchio potesse essere associato al conflitto, altre subiranno conseguenze economiche davvero importanti. Ci sarà da capire come reagirà il Governo Draghi.

Aziende italiane in Russia: quali sono

In Russia ci sono circa 500 aziende italiane che si dividono nei settori di energia, acciaio, petrolio, chimica, aeronautica, trasporti, agricoltura, banche ed assicurazioni. Ecco alcuni marchi più importanti e noti: Monte Paschi di Siena, Intesa San Paolo, Campari, De Cecco, De Longhi, Enel, Eni, Ferrero, Fiat, Iveco, Mapei, Marazzi, Menarini, Parmalat, Pirelli, Solimec, Tecnoplast, Travaglini, Zuegg.

Queste aziende importano dalla Russia beni pari al valore di circa 12,6 miliardi di euro. Nei giorni scorsi, è circolata la notizia che anche l’Italia sarebbe stata inserita nella lista dei Paesi ostili voluta da Putin per rispondere alle sanzioni economiche che colpiranno anche il nostro Paese, visti i rapporti commerciali.

Cosa rischiano?

Le aziende italiane presente in Russia rischiano il divieto di import export decretato da Vladimir Putin.

L’obiettivo della Russia è mettere a sua volta in difficoltà i mercati occidentali che hanno affari fuori i propri confini.

Confindustria ha avvertito dei rischi che potrebbero insorgere dalla guerra economica con l’Occidente. Le manovre che la Russia sta studiando “sembrano andare nella direzione di una nazionalizzazione strisciante, se non addirittura verso forme di espropri, mettendo a serio rischio gli asset industriali italiani“.

Inoltre, Confindustria ha calcolato che la Russia rappresenta l’1,5% dell’export italiano di beni (rispetto al 2,7% fino al 2014, anno delle prime sanzioni a seguito dell’annessione della Crimea alla Russia), interessando oltre 11mila imprese e il 3% dell’import (5,2% pre-2014).

Il danno più diretto potrebbe essere quello sulle imprese delle infrastrutture, dell’energia, della meccanica e dei servizi operanti nella Federazione Russa. Ma l’esproprio potrebbe colpire anche a cascata la stabilità delle banche presenti nel Paese, tra le più esposte dell’Occidente in Russia.

La prima conseguenza, ad esempio, potrebbe essere che le aziende italiane in Russia potrebbero essere pagate in rubli invece che in dollari, al contrario di quanto stabilito dai contratti.

Il pagamento avverrebbe così in una valuta che ha già perso il 45% sull’euro. E la decisione della Banca Centrale russa di stampare altri rubli per evitare una crisi di liquidità non farà altro che far abbassare ancora di più il valore della valuta.