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Cosa prevede la riforma della Pubblica Amministrazione

Il primo atto del governo Draghi, al di fuori delle misure pandemiche, riguarda la PA. Un punto importante anche per il Recovery Fund.

Il primo atto del governo Draghi, accanto al titanico impegno per contrastare la pandemia, è stato il varo della riforma della Pubblica amministrazione, con la firma, in pompa magna, alla presenza dello stesso Mario Draghi, del ministro Renato Brunetta e dei sindacati. “Il Patto è sicuramente un evento di grande importanza per il metodo, per il contenuto, per questa relazione di dialogo che c’è. Ma è, ricordiamocelo, il primo passo. Molto, se non quasi tutto, resta da fare”, ha detto il premier con l’abituale schiettezza.

La riforma (invocata dall’Europa) serve anche a trovare e mettere in campo le professionalità necessarie a gestire i 191 milioni del Recovery Fund: motore della ripresa. Naturalmente con la riforma – riguarda 3,2 milioni di lavoratori – c’è il rinnovo del contratto che prevede un aumento di 107 euro al mese. L’età media oggi dei dipendenti pubblici è di quasi 51 anni, forse troppi, ma l’aspetto più problematico è rappresentato dalla spesa (48 euro per lavoratore) per la formazione: troppo poche.

Il Patto sottoscritto coi sindacati mette alcuni punti fermi. Lo smart working sarà contrattualizzato, con tanto di diritto alla disconnessione, le pause, i buoni pasti, i permessi, le assenze, il diritto alla formazione. Ci saranno anche nuove assunzioni rapide attraverso concorsi telematici che si svolgeranno nelle fiere e nelle aule universitarie. Dentro i giovani e profili qualificati, in linea con le esigenze del Recovery Fund: ingegneri, architetti, geologi, chimici, statistici, esperti in project management, pianificazione, progettazione e controllo.

“Non si tratta solo di concertazione su temi generali – spiega Maurizio Landini, segretario della Cgil – qui si contratta sulle cose concrete, specifiche. Dal punto di vista politico non ci sono dubbi: come ai tempi del Governo Ciampi, giunge dal Governo Draghi una esplicita volontà di dialogo con i sindacati”. I premi di risultato saranno legati al merito e non all’anzianità, risorse che andranno a quei dipendenti che nel corso degli anni hanno acquisiti competenze e carichi di lavoro aggiuntivi rispetto alle conoscenze e alle mansioni iniziali.

Ora non resta che attendere i risultati, perché saranno i cittadini – utenti dei servizi – a esprimere il giudizio finale.