Al Dio mercato non interessa la guerra. Per Wall Street conta solo l’energia

Borse e mercati finanziari non guardano da tempo alla geopolitica. Conta solo il prezzo delle materie prime, L'Ucraina sarà un nuovo shock?

La politica internazionale muove i sentimenti e gli ideali, ma non sempre i mercati. La lezione di quanto accaduto nel secondo dopoguerra, in larga misura, segnala che gli shock geopolitici globali non hanno effetto, in tanti casi, sul cuore pulsante dell’economia: i mercati finanziari. Lo riporta una recente analisi di LPL Research su dati dell’indice Dow Jones di New York, che ha mostrato la correlazione tra gli andamenti della borsa a un mese, tre mesi e 12 mesi di distanza da eventi cruciali nelle storia del Dopo Guerra nel cuore dell’impero finanziario a stelle e strisce.

Guerre, come reagisce Wall Street nella storia delle crisi

Il risultato? La geopolitica sul medio periodo perturba la finanza solo quando di mezzo ci sono le materie prime e l’energia (come nel caso della guerra Russo-Ucraina che si aggiunge a tensioni pre-esistenti).

Non a caso lo tsunami finanziario peggiore, sull’orizzonte di un anno, fu quello generato dall’embargo petrolifero dei Paesi arabi rivali di Israele operato a partire dall’ottobre 1973 dopo la guerra dello Yom Kippur.

La crescita del 300% del prezzo del petrolio da 3 a 12 dollari al barile che si ebbe entro la fine dell’embargo, a marzo 1974, segnò per sempre l’economia postbellica, mostrò la stagnazione dell’architettura keynesiana, mise a repentaglio la stabilità delle economie assetate di materie prime come quella italiana, travolse Wall Street. La quale a un mese dall’inizio dell’embargo, avviato il 16 ottobre 1973, era calata del 7%; a sei mesi faceva registrare un -14,4%, un anno dopo addirittura un -35%.

Gas e petrolio contano più degli eserciti: da Suez allo shock petrolifero del ’73, breve storia

Nel secondo dopoguerra un periodo persistente di calo tanto prolungato si era verificato solo in occasione di un’altra crisi che toccava interessi strategici: Canale di Suez, 1956. La crisi, partita negli stessi giorni in cui in Ungheria i carri armati sovietici travolgevano la resistenza dei “ragazzi di Buda”, segnò il declino della velleità egemonica di Francia e Regno Unito, portò alla nazionalizzazione del Canale da parte dell’Egitto, sconvolse le dinamiche del trasporto merci e dei flussi energetici sulla rotta Est-Ovest, in un anno fu concausa di un -11% alla borsa di New York.

Le guerre nel Golfo e l’11 settembre 2001

In entrambi i casi “Re petrolio” dettava i tempi ai mercati della società industriale. Un analogo schiaffo fu subito dopo l’invasione irachena del Kuwait nel 1990, che però vide le perdite di borsa riassorbite in sei mesi anche grazie all’attivazione della capacità produttiva dell’Arabia Saudita per ovviare al calo delle forniture al mercato del piccolo emirato del Golfo e del regime di Saddam Hussein.

Nixon e i Vietcong: dopo 3 mesi la Borsa è positiva

Mediamente, i grandi eventi che hanno sconvolto gli Usa e il mondo hanno prodotto effetti finanziari riassorbitisi nel giro di poche settimane. In sei mesi il calo della borsa legata all’instabilità politica seguita alle dimissioni di Richard Nixon nel 1974, per fare un esempio, passò dal -14,4% al -2,8%, chiudendosi poi velocemente. L’offensiva Vietcong del Tet (1968) turbò gli Usa, ma tre mesi dopo i mercati segnavano già un +5% nonostante il caos politico che provocò.

Dopo la batosta iniziale anche l’11 settembre 2001 non toccò affatto le borse: un mese dopo l’attacco alle Torri Gemelle, Wall Street era perfettamente stabile, e sarebbe stato solo lo scandalo Enron a trascinare i mercati a terra (-25%) nell’anno successivo, in un contesto slegato dall’attentato e che nemmeno la susseguente guerra in Iraq avrebbe perturbato: il mercato Usa tra marzo e aprile 2003 ebbe un leggero rialzo, e un anno dopo faceva segnare addirittura +26,7%.

Crimea, Brexit, Siria: il dominio della Finanza nel XXI secolo e il disinteresse dei mercati per la politica

L’annessione russa della Crimea, la Brexit, la guerra in Siria: anche gli altri grandi eventi dell’ultimo decennio non hanno turbato il tempio del capitalismo finanziario. La cui corsa alla ricerca di rendimento, sempre più trainata dagli indici tecnologici e dal valore aggiunto prodotto sul fronte interno, si è sempre più disaccoppiata dal contesto internazionale. Come la grande corsa dell’era pandemica ha permesso di constatare con evidenza.

Tutto questo è asimmetricamente opposto a quanto successo in occasione di shock finanziari risoltisi in “tempeste” globali: il collasso di Lehmann Brothers e la crisi dei mutui subprime nel settembre 2008 causò un crollo del -16,3% nel primo mese, espanso poi fino al -34,8% di 180 giorni dopo. A un anno dal crack, nonostante le politiche di stimolo delle amministrazioni Bush in fase finale e Obama, Wall Street era ancora quasi il 12% sotto. Nel 1997, la crisi delle Tigri asiatiche aveva avuto effetti più duri nel primo mese (-3,7%) che in seguito.

Che morale offre questa storia? A voler dare un giudizio tranchant che i mercati sono umorali, irrazionali o comunque sganciati da quella che sarebbe la “razionalità” comune. Tendono a non prezzare nemmeno più bene come un tempo il rischio globale sistemico forse perché ne sono avulsi loro stessi. Che la finanza fine a sé stessa fa un gioco sé, sul medio-lungo periodo, e che la corsa continua.

Russia, Usa, Ucraina: è un nuovo 1973?

Ci sono ovviamente delle eccezioni, tutte da valutare caso per caso. Lo shock legato a un sottostante reale può travolgere il mondo finanziario. E l’attuale crisi russo-ucraina ha a che fare anche con un’importante serie di commodities che vedono i loro mercati nel caos dopo il biennio pandemico: il petrolio, non ancora tramontato, vola verso i cento dollari al barile, alimentando un circuito selvaggio di inflazione e tensioni economiche. E in parallelo si staglia all’orizzonte l’ombra di una crisi delle forniture di gas e del blocco dell’export russo, oltre che una guerra tra l’oro blu di Mosca e il Gnl americano.

Geopolitica: la rivincita delle fonti fossili al tempo della transizione ecologica

Gli elementi perfetti per un blackout simile a quello del 1973 ci sono, complice il fatto che lo shock cade nel contesto della peggiore crisi energetica dell’ultimo mezzo secolo. In finanza le analogie sono sempre da prendere con le pinze. Ma in questo caso i trend sembrano indicare che uno tsunami finanziario possa essere il vero portato di un tracollo delle relazioni internazionali a seguito della crisi russo-ucraina. E anche in tempo di transizione sono le fonti fossili a far la parte del leone.