Chi è Francesco Giavazzi, l’uomo delle nomine di Mario Draghi

Il 73enne docente universitario ed editorialista è la voce più influente tra i membri del gabinetto di Palazzo Chigi e ministri

Francesco Giavazzi è il consigliere più ascoltato del premier Mario Draghi. Economista navigato, uomo capace di captare i mutamenti nei sistemi di potere, figura di alto profilo e di eccellenti relazioni internazionali, il 73enne nativo di Bergamo nel primo anno di governo dell’ex governatore della Bce ha costruito un’influenza superiore a quella di altri membri del gabinetto di Palazzo Chigi e ministri.

Giavazzi: docente universitario, manager e ora “consigliere del principe”

Docente universitario, divulgatore, manager, ora pure “consigliere del principe”: nella sua lunga carriera Giavazzi ha ricoperto diversi ruoli. La sua impostazione ideale tradizionale è stata quella del liberismo di matrice americana, che ha elaborato durante gli anni, tra il 1973 e il 1978 in cui ha studiato oltre Atlantico al MIT di Boston, conseguendo un dottorato in Economia un anno dopo Mario Draghi, arrivato nel medesimo ateneo nel 1971 alla scuola di Franco Modigliani.

Iniziò in quegli anni una sinergia personale che è giunta fino ai giorni nostri: Draghi e Giavazzi hanno lavorato assieme anche al Ministero del Tesoro negli Anni Novanta. Quando Draghi era Direttore Generale, al tramonto della Prima Repubblica, Giavazzi fu tra il 1992 e il 1994 responsabile della ricerca economica, gestione del debito pubblico e delle privatizzazioni nel medesimo dicastero.

Macroeconomisti con un occhio molto fuori dai confini nazionali, forti di un orizzonte culturale comune, Draghi e Giavazzi hanno scritto a quattro mani diversi articoli ma mai si sono iscritti alla Società italiana degli economisti e condiviso anche un passaggio accademico comune, all’Università Ca’ Foscari di Venezia, prima che Giavazzi prendesse la via della Bocconi a cui il suo nome è intrinsecamente legato.

Giavazzi, “liberista temperato”

Mario Draghi si è autodefinito “un liberal socialista”, Francesco Giavazzi si potrebbe definire “un liberista temperato”. Entrambi credono al mercato ma sanno che un ruolo spetta anche allo Stato, il primo per l’influenza della visione sociale della sua formazione cattolica, il secondo per esperienze di vita in cui molto spesso ha dovuto vedere contraddette alcune idee. Giavazzi in passato ha espresso la dottrina giornalisticamente descritta come “austerità espansiva”, messa a punto soprattutto dai colleghi di ateneo Alberto Alesina, Roberto Perotti e Silvia Ardagna e che assieme al primo, con cui dal 2004 fino alla sua scomparsa ha fatto coppia fissa da editorialista del Corriere della Sera, ha contribuito a divulgare.

Giavazzi, anche da consigliere economico della Commissione Europea (2000-2010) ha a lungo sostenuto il superamento del welfare tradizionale, la liberalizzazione della sanità, il taglio alla spesa pubblica a favore delle forze di mercato. Più dell’ordoliberalismo tedesco, ha espresso una visione sistemica funzionale alle dottrine del neoliberismo americano, in cui lo Stato non è demonizzato ma cambiato di funzione. Il suo ruolo è anzi contemplato non perché si sostituisca al mercato ma perché lo faccia funzionare, con l’idea che la competizione aiuta soprattutto chi parte da dietro.

“The future of Europe”: il libro del 2006

Nel libro del 2006 “The future of Europe”, scritto insieme ad Alberto Alesina, Francesco Giavazzi definisce il sistema europeo di welfare “una rana immersa in un’acqua che si sta lentamente riscaldando ed è destinata a morire bollita”. Lo studio “The Bocconi boys go to Brussels: Italian economic ideas, porfessional networks and European austerity” ha mostrato l’influenza della dottrina dell’austerità espansiva nelle policy, spesso fallimentari, scelte dall’Unione Europea nella risposta alla crisi dei debiti sovrani e alla Grande Recessione.

Nel 2014 fu proprio un ex collega di Draghi e Giavazzi al Mit, Oliver Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale e alfiere delle teorie mainstream, a dichiarare il flop di questo approccio.

Giavazzi e il superamento del liberismo alla anglosassone

Giavazzi, negli ultimi anni ha compiuto una transizione personale ancora più spiccata, passando da principale alfiere in Italia del liberismo alla anglosassone a uomo capace di riconsiderare alcuni dogmi in passato sostenuti, dimostrando grande capacità di analisi alla luce della crisi pandemica.

In uno degli ultimi editoriali firmati per il quotidiano di via Solferino, Giavazzi aveva iniziato a esplicitare la sua nuova visione sottolineando che a suo avviso “insistere sull’equivoco che il nostro problema maggiore è il debito pubblico significa concentrarsi su un obiettivo di politica economica errato”.

La chiamata di Draghi a Palazzo Chigi ha reso Giavazzi pronto a tornare nelle istituzioni: nella presentazione del suo esecutivo al Senato Mario Draghi nella parte che riguarda la riforma fiscale ha prelevato intere parti di un editoriale dell’economista prima di sceglierlo nel suo team come consigliere numero uno per la parte economica del programma di governo.

Giavazzi e gli altri componenti del cerchio magico

Giavazzi ha guidato il cerchio magico degli uomini che hanno sussurrato a Draghi assieme a una stretta cerchia di amici e persone di fiducia – Paolo Scaroni, Franco Bernabè, Giuliano Amato, Gianni de Gennaro – accomunate da un lungo bagaglio d’esperienza, dal ricordo diretto delle mosse e degli errori del rapporto tra Stato ed economia negli anni Novanta e da una solida fedeltà euro-atlantica. Giavazzi si è in particolar modo confrontato sul premier per la partita delle nomine del 2021. “Citofonare Giavazzi” era l’imperativo categorico per chi ambiva a posizioni di punta o voleva fiutare l’aria di Palazzo Chigi.

Giavazzi, il liberale critico dello Stato, ha contribuito a rimettere gli apparati al centro a scapito dei partiti e delle cordate, ha consolidato la squadra draghiana nelle istituzioni, nella prassi ha smentito un certo pregiudizio da lui avuto in passato sul ruolo delle partecipazioni statali nell’economia nazionale, a cui lui ha sempre preferito l’idea di uno Stato “regolatore”. Chi conosce bene l’economista diventato boiardo e ha avuto modo di lavorare con lui parla di un professionista attento, serio e con grande capacità di sintesi nello studio dei dossier.

Giavazzi, l’unica che entra nell’ufficio di Draghi senza bussare

Nella conflittualità interna che regna a Palazzo Chigi Giavazzi va oltre ogni cordata e comunica direttamente col Presidente del Consiglio, nel cui ufficio è l’unico, dicono i ben informati, a entrare senza appuntamento e senza bussare. Vero “filtro” tra Draghi e l’economia nazionale, Giavazzi ha imposto il suo stop alla riconferma di Fabrizio Palermo a Cassa Depositi e Prestiti, ha vagliato la questione dell’offerta di Kkr per Tim e, soprattutto, ha promosso l’idea dell’Agenzia europea del debito lanciata da Emmanuel Macron e Draghi nelle scorse settimane pescando ampiamente dal pensiero di un economista bocconiano molto più eterodosso, Massimo Amato, suo primo teorizzatore.

Il Giavazzi-pensiero, trasmesso nelle istituzioni, è quello di un capitalismo politico in cui lo Stato interviene nel definire le dinamiche di mercato e va oltre la semplice regolazione del terreno di gioco. Una visione ben più organica del neoliberismo tradizionale alla anglosassone: una visione di potere, pratica prima ancora che teorica, nell’Italia dei “ragazzi del Novantadue” tornati in sella dopo il flop delle classi dirigenti dell’effimera Terza Repubblica e degli epigoni della tarda Seconda Repubblica.