E’ uscita la nuova puntata di “Frontale”, newsletter di Fabio Massa con riflessioni (su Milano e non solo), inside e racconti di quello che accade in città. Ci si può iscrivere qui: https://frontale.substack.com
Ogni volta che ci sono casi come quello della Hoepli, nei quali una azienda – anche storica – finisce in difficoltà e chiude i battenti, guardo ai gesti pur comprensibili di solidarietà con un po’ di disappunto. La celebre casa editrice, infatti, ha ricevuto quasi 50mila firme di “solidarietà”. Il sindaco, giustamente, ha convocato i dipendenti e i sindacati. Eppure la formalità è formalità: la Hoepli è in liquidazione. Fine di una storia. Che potrebbe anche ricominciare da dove si sta interrompendo, beninteso, se qualcuno si facesse avanti a rilevarla (indizio: forse per farla rinascere prima bisogna farla fallire definitivamente?).
C’è chi dice: è sbagliato che chiuda perché è un patrimonio della collettività. In effetti no. Per nulla. E’ un patrimonio dei suoi azionisti, che non possono essere chiamati a rimetterci soldi, anno dopo anno, perché la collettività ha contribuito a farla fallire scegliendo altro. Se ognuno di quelle quasi cinquantamila persone avesse comprato due, tre libri nell’ultimo anno probabilmente la Hoepli non sarebbe in queste condizioni. C’è poi dell’altro, in questa storia triste. Che è il contrasto tra i soci: del resto le aziende vanno male perché il mercato va male ma anche perché vengono gestite malissimo. Ma pure questo contrasto, questa guerra nella quale perdono tutti, questa gestione non ottimale (eufemismo!), non è di competenza della collettività, perché la Hoepli non è di Milano, ma di chi la possiede. Può far dispiacere, ma le aziende nascono e muoiono. Anche le più prestigiose, anche quelle alle quali siamo affezionati di più. Sono organismi fragili, le aziende. E in particolar modo quelle culturali.
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