L’annuncio delle Guardie Rivoluzionarie iraniane sulla chiusura dello Stretto di Hormuz segna una svolta di assoluto rilievo nello scenario geopolitico mondiale. Definito dalle stesse autorità di Teheran come «non sicuro» a seguito degli attacchi congiunti di Israele e Stati Uniti, il canale rappresenta un passaggio strategico da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas globale. Secondo diverse fonti, almeno 150 petroliere, tra cui navi per il trasporto di gas naturale liquefatto, si sono fermate nelle acque del Golfo, impossibilitate a proseguire verso l’Oceano Indiano.
“Incidenti” alle petroliere, Maersk (Danimarca): “Sospeso il passaggio di tutte le navi attraverso lo stretto”
Nel fine settimana, due navi in transito sono state colpite da attacchi: una petroliera battente bandiera della Repubblica di Palau, secondo autorità dell’Oman, è stata danneggiata e messa in sicurezza dopo l’evacuazione dell’equipaggio. Un’altra imbarcazione è stata colpita da un proiettile sconosciuto a nord-ovest di Mina Saqr (Emirati Arabi Uniti). In risposta all’inasprirsi delle tensioni, il gigante danese Maersk ha dichiarato: «Sospendiamo il passaggio di tutte le navi attraverso lo Stretto di Hormuz fino a nuovo ordine». I servizi legati ai porti del Golfo Persico potranno dunque subire forti ritardi e cambi d’itinerario.
Implicazioni economiche e strategiche
Lo stretto è descritto dagli analisti come il principale “collo di bottiglia energetico del pianeta“: circa 20 milioni di barili di greggio al giorno vi transitano, secondo l’Energy Information Administration statunitense, e l’impatto della chiusura è già visibile. Il Brent ha toccato 83 dollari al barile dopo che «nessuno osa attraversarlo», sottolinea l’analista Arne Lohmann Rasmussen. Un blocco prolungato potrebbe spingere i prezzi oltre i 120 dollari. Gli effetti sarebbero globali: l’82% del greggio trasportato è diretto verso Asia e mercato europeo, mentre paesi come la Cina, primo acquirente e partner dell’Iran, vedrebbero seriamente compromessi i propri rifornimenti. Anche per l’UE, le conseguenze non sono trascurabili: gran parte del gas naturale liquefatto del Qatar arriva via Hormuz, e «un’impennata delle quotazioni significa bollette più alte e un possibile nuovo picco inflazionistico». Gli USA, pur produttori di petrolio, non sono immuni: «Non sono preoccupato per nulla. Faccio solo ciò che è giusto. Alla fine, funziona», ha dichiarato Donald Trump a Fox News, minimizzando i rischi di escalation sui prezzi.
Alcuni paesi produttori, come Arabia Saudita ed Emirati, si sono dotati di oleodotti che aggirano lo stretto, ma la loro capacità totale è limitata a circa 2,6 milioni di barili al giorno, molto meno rispetto ai flussi usuali. Gli esperti ricordano che per paralizzare Hormuz spesso non serve un blocco fisico totale: sequestri o attacchi alle petroliere possono rendere la rotta semplicemente troppo rischiosa.
L’espansione del conflitto in Libano: la risposta internazionale
All’evolversi della crisi si aggiunge il nuovo fronte in Libano. Dopo i massicci attacchi israeliani alle postazioni di Hezbollah – movimento sostenuto da Teheran – sono state colpite diverse località, causando numerose vittime civili e decine di migliaia di sfollati. La risposta politica internazionale è incentrata sulla sicurezza e la stabilità delle forniture energetiche, ma la situazione resta incerta. La promessa delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, di «bruciare» tutte le navi che tentino di attraversare Hormuz, lascia intravedere uno scenario in cui i rischi di escalation rimangono altissimi e gli effetti economici potrebbero protrarsi nel tempo.
