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Milano, Cortina, l’Italia, il mondo. Un’emozione collettiva che sorprende

Milano, Cortina, l’Italia, il mondo. Un’emozione collettiva che sorprende

di Stefano Clima, ad Mercurio Misura

Lo confesso, consapevole del possibile ludibrio: non sono uno sportivo. Né praticante, né tifoso sistematico. Mi piace sciare, ma con lentezza; mi piace nuotare, ma per brevi tratti. Cammino quanto posso, soprattutto per ragioni di salute. Sono, in sostanza, distante dall’idea dello sport come passione totalizzante, praticata o seguita.

Eppure venerdì ho seguito il lancio delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina e mi sono scoperto più volte attraversato da una vibrazione emotiva inattesa. Sarà stata la potenza delle immagini, il contagio dell’entusiasmo collettivo, l’attrazione primaria che la neve esercita su di me fin dall’infanzia. O forse qualcosa di più profondo.

Con le Olimpiadi accade spesso questo: si risveglia uno spirito di appartenenza che normalmente rimane sullo sfondo. Non scompare, ma sonnecchia. Riemerge quando gioca la Nazionale o quando si accende una fiamma olimpica. In quei momenti si riattiva un sentimento comune, quasi silenzioso, che riguarda l’idea stessa di Paese.

Negli ultimi mesi ho osservato nascere e poi prendere forma l’Arena Santa Giulia, destinata a ospitare l’hockey su ghiaccio. Solo poco tempo fa, in quell’area, c’erano campi. Oggi c’è una struttura luminosa, compiuta. Vederla crescere ha significato assistere concretamente a ciò che può accadere quando un obiettivo è chiaro, condiviso, urgente. L’energia collettiva, quando trova una direzione, lascia tracce visibili.

Anche l’inaugurazione ha restituito questa impressione di coordinazione quasi simbolica: Milano e Cortina, certo, ma anche Bormio, Livigno e le altre località coinvolte. Eventi sincronizzati, geografie diverse tenute insieme da un unico disegno. E poi i cinque cerchi che lentamente si avvicinano fino a comporsi: un gesto semplice ma potente, che richiama l’origine antica dei Giochi e la loro ambizione universale.

La sfilata delle squadre nazionali ha mostrato, ancora una volta, una pluralità di culture raccolte nello stesso spazio. È un rituale noto, eppure ogni volta produce un effetto preciso: rende visibile, per qualche ora, un’idea di convivenza possibile. Poi gli italiani. Sorridenti come tutti gli altri – forse con un’intensità in più, o forse è soltanto il mio sguardo. L’Inno nazionale affidato alla voce inconfondibile di Laura Pausini. Il tricolore interpretato da Armani. Il discorso di Malagò. Il Presidente Mattarella che arriva a bordo dello storico tram milanese, icona urbana riconoscibile ben oltre i confini italiani – al punto che San Francisco ne ha acquistati alcuni esemplari, facendoli circolare come veicoli storici italiani. E ancora le massime Autorità dello Stato: presenti, ma discrete. Non protagoniste, non invadenti. Una compostezza che ha lasciato il centro della scena ai giovani atleti.

Forse è stato l’insieme di questi elementi – l’infrastruttura nata dal nulla, il rituale internazionale, i simboli nazionali, la misura istituzionale – a generarmi quella scossa emotiva. Non un entusiasmo cieco, ma la percezione, rara, di una coesione possibile. In un Paese spesso frammentato, momenti come questo non risolvono contraddizioni né cancellano problemi, ma mostrano che esiste ancora uno spazio comune in cui riconoscersi. Ed è lì che, anche per chi non è sportivo, l’emozione diventa qualcosa di più: una consapevolezza, anche orgogliosa, di appartenere.