E’ uscita la nuova puntata di “Frontale”, newsletter di Fabio Massa con riflessioni (su Milano e non solo), inside e racconti di quello che accade in città. Ci si può iscrivere qui: https://frontale.substack.com
“Tàgliati, o svelerò i tuoi segreti”. Così il tredicenne che mercoledì 25 marzo ha accoltellato la sua professoressa di francese in una scuola della Bergamasca si rivolgeva ad una coetanea su Telegram. La stessa piattaforma dalla quale il giovane ha trasmesso in diretta streaming il suo agguato alla docente Chiara Mocchi nei corridoi dell’istituto. E la stessa app alla quale aveva affidato il suo “Manifesto”, intitolato – con agghiacciante richiamo nazista – “La Soluzione Finale”. È dunque in tale inquietante contesto digitale che il 13enne aveva agganciato la ragazzina trasformandola in vittima di pesanti ricatti psicologici. E’ emerso nei giorni successivi il modo in cui il giovane tentava di convincerla a compiere gesti di autolesionismo, minacciando di svelare i suoi segreti alla madre se non avesse assecondato le sue assurde richieste. Tuttavia, la coraggiosa ragazzina è riuscita denunciare tutto ai genitori, già prima dell’attacco alla scuola. Oggi, pur profondamente scossa, chiede che il ragazzo venga curato, leggendo nel suo gesto non cattiveria, ma una disperata richiesta di aiuto professionale.
L’oscuro ecosistema di Telegram: tra sette, ricatti e challenge mortali
Il delirio di un singolo in un contesto tristemente noto. Quello di Telegram e dei suoi canali. Che si ramificano in un ecosistema che spazia da gruppi neonazisti alle sette occultiste, sataniste e pro-anoressia, che manipolano la psiche dei più fragili spingendoli all’autolesionismo rituale o al digiuno estremo. A queste si aggiungono i circuiti di sextortion, revenge porn e deepfake pornografici, dove immagini intime diventano strumenti di ricatto e umiliazione pubblica. Insomma, un labirinto fatto di pedopornografia, compravendita di armi e droghe, manuali di guerriglia urbana, cyberbullismo spietato e challenge mortali: una galassia di canali impossibile da scovare con una normale ricerca online. Queste realtà, protette da link temporanei e inviti privati, creano un’opacità che rende complicato perfino censirle dall’esterno. È in questa asimmetria che si misura il dramma: contenuti invisibili per chi deve controllare, ma tragicamente a portata di mano per qualunque tredicenne con uno smartphone e la dritta giusta.
Giro di vite a palazzo chigi: verso il blocco dei social sotto i 15 anni
Sul piano giuridico qualcosa, pur clamorosamente in ritardo, si sta iniziando a muovere. Ieri, 9 aprile 2026, lo scenario è cambiato. Il Governo italiano ha impresso un’accelerazione decisiva, spinto anche dagli ultimi eventi di cronaca — come il caso del giovane radicalizzatosi online per compiere una strage a Pescara — e si prepara a portare in Consiglio dei Ministri un provvedimento che va ben oltre le raccomandazioni europee. L’obiettivo è il blocco totale dei social network per tutti i minori di 15 anni, rendendo l’iscrizione autonoma legale solo al compimento del quindicesimo anno. Non si tratterà più di una semplice “spunta” digitale facilmente aggirabile: il piano allo studio prevede l’introduzione di Sim card personalizzate per i minori, con il divieto assoluto di intestare l’utenza a soggetti diversi dal reale giovane utilizzatore.
Responsabilità e sanzioni: non solo Giganti del Tech
Mentre il modello australiano, che vieta i social sotto i 16 anni, ha fatto da apripista puntando tutto sulle multe alle multinazionali, l’Italia introduce una variabile più domestica e severa: la responsabilità diretta dei genitori. Secondo le bozze del provvedimento, i genitori avranno l’obbligo di richiedere l’attivazione dei sistemi di protezione; in caso di mancato controllo, scatteranno sanzioni amministrative a loro carico. Anche i rivenditori di smartphone finiranno sotto la lente: al momento dell’acquisto, avranno il compito di configurare i sistemi di parental control in base alla fascia d’età, limitando l’uso del dispositivo alle sole chiamate e alla messaggistica verso contatti autorizzati per i più piccoli.
Il caso europeo tra buoni propositi e regole ferree
Questa mossa di Palazzo Chigi punta a superare l’immobilismo dell’Europa. Se il Parlamento Europeo si è limitato a una “risoluzione non vincolante” — una sorta di invito senza obblighi né sanzioni — l’Italia sembra ora intenzionata a seguire la linea dura di Paesi come la Grecia, che ha introdotto divieti analoghi a partire dal 2027. Finché queste nuove norme non diventeranno decreti effettivi, la tutela dei minori resterà sospesa. Ma il segnale inviato oggi è chiaro: l’ambiente digitale non può più essere considerato una zona franca. Se il sistema è truccato per essere una trappola manipolatoria, la soluzione non è più sperare nella buona volontà delle piattaforme o nella vigilanza distratta delle famiglie, ma imporre regole che colpiscano la responsabilità civile ed economica di tutti gli attori coinvolti, dai colossi della Silicon Valley fino al salotto di casa.
Federica Casula: “Proibizionismo? No, puntare sull’educazione al digitale”. L’intervista
Sull’argomento, è intervenuta per Frontale Federica Casula, psicologa psicoterapeuta specializzata in Psicologia della Salute e divulgatrice digitale, nota sui social come @psicologa_social. Esperta di benessere psicologico e dinamiche del web, si occupa attivamente di educazione digitale. Ecco quello che ci ha raccontato.
Su Telegram proliferano canali oscuri, dove si praticano autolesionismo e violenza. Quali sono le cause che spingono ragazzi anche molto giovani a rifugiarsi in tali strumenti? E come riescono ad accedervi, dato che non sono pubblici?
Non essendo gruppi pubblici, è difficile anche per le forze dell’ordine monitorarli. Credo si tratti di una sorta di adescamento: persone, verosimilmente adulte, individuano sul web ragazzi che hanno manifestato un disagio per poi inserirli in questi gruppi ed estremizzarli. Ad esempio, nel caso dei disturbi alimentari, ragazze che pubblicano video apparentemente innocui su TikTok dicendo di sentirsi in colpa per aver mangiato una fetta di torta diventano il target perfetto. Penso ci sia una vera rete di reclutamento gestita da malintenzionati per portarli verso qualcosa di più oscuro.
In Italia la soglia per accedere ai social è di 14 anni. Pensa sia troppo bassa o che il problema risieda nell’educazione familiare?
È un limite difficile da controllare: senza sistemi come lo SPID, le normative verranno sempre aggirate. Più che sul proibizionismo, che non ha mai portato grandi risultati, punterei su un’educazione al digitale che parta da scuole e famiglie. I social sono ormai parte integrante della nostra vita; escludere un ragazzino di 13-14 anni significa escluderlo dalla socializzazione, col rischio che cerchi vie secondarie senza alcuna tutela. È meglio che accedano a questa socialità con una guida preventiva che insegni loro a notare i segnali di pericolo — come richieste di incontri o di accesso a gruppi privati — e cosa riferire agli adulti.
Gli adulti cosa possono fare?
Queste realtà estremizzate rispecchiano il bisogno dei ragazzi di uno spazio in cui esprimere ciò che provano. Da adulta mi sento in colpa, perché significa che non stiamo dando loro luoghi tutelati in cui manifestare dolore, paura o rabbia. La rabbia dei giovani è comprensibile: lasciamo loro un mondo inquinato, tra riscaldamento globale, guerre e una pandemia. Non aiuta pensare che questi fenomeni riguardino solo “ragazzini problematici”: questo è sanismo, ovvero credersi sempre sani e non responsabili. Se un giovane manifesta emozioni negative, invece di etichettarlo, dovremmo iniziare ad ascoltarlo da ogni punto di vista.
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