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“Non ce la facevo più, basta”. Chi è l’allenatore misterioso, ora di nuovo in panchina

"E il pallone?". Incontriamo un allenatore, per caso, in strada. I saluti di rito, i convenevoli. Poi la domanda e tutto cambia

«E il pallone?». Incontriamo un allenatore, per caso, in strada. I convenevoli, i saluti di rito, i figli, la salute, due risate sul passato. Tutto normale. Poi la domanda e tutto cambia. Seguono 12 minuti di parole, un travaso di parole e di concetti; una sorta di seduta di psicanalisi di cui tanto aveva bisogno. Non c’è meglio che un conoscente fidato ma lontano per liberarsi di un peso.

«Gli ultimi tre anni sono stati bellissimi ma davvero pesanti. Mi rompevano le scatole (il termine usato era più volgare) tutti, sempre. Anche quando vincevo. Perché non bastava vincere, o lasciarsi dietro tutti in classifica a dieci e più punti di distanza. No. Se vincevi dovevi stravincere, e giocare come il Barcellona di Messi…».

Scuote la testa; si vede che è davvero un uomo provato, stanco, peggio: svuotato…

«No, adesso sto fermo, ne ho bisogno. Guarda, ti confesso che quando squilla il telefono e vedo che la telefonata è una proposta di lavoro mi viene una cosa allo stomaco che non so spiegare. Di offerte ne ho avute ma le ho tutte rifiutate. Non ne avevo proprio per allenare ancora…»

Le ultime tre stagioni del nostro allenatore misterioso sono state di successo; ma questo non è bastato per proseguire il rapporto di lavoro per un’altra stagione.

«Il Presidente ha capito, d’altronde è sempre stato una persona di cuore e di testa. Ma quando a giugno stavano programmando questa stagione mi hanno chiesto solo una cosa: se avessi ancora entusiasmo. Ed io onestamente ho detto no. Non ne avevo proprio. Trovare un accordo con loro è stato semplice ed ho lasciato. Giusto così, per tutti».

Ma se pensiamo che fosse proprio la dirigenza a creare problemi ci sbagliamo di grosso.

«Era la città, la gente. Tifosi sbucati quasi per caso che di calcio capiscono poco ma capaci di criticare sempre ed ovunque. Non potevo girare, non potevo muovermi senza ricevere critiche e pressioni. Da un luogo dove poi sono anni, anzi decenni che non hanno soddisfazioni eppure si credono il centro del mondo del pallone. Non basta un acquisto venduto bene mediaticamente per creare una squadra vincente. Non bastano due proclami per ottenere i risultati. Serve gente motivata, adatta al ruolo e a quello per cui si lotta. Se tu prendi un campione e lo metti in una squadra che deve lottare per la salvezza non è detto che sappia adattarsi. Meglio allora scegliere qualcuno che sa di cosa si tratti quella situazione. Per non parlare del direttore sportivo… (e qui mettete in conto 20 secondi da censurare con parole non adatte ai bambini)».

E cosa ne pensi di quegli allenatori che dopo tre giornate di campionato sono stati già esonerati?

«Spiace per loro ed è ovvio che bisognerebbe lasciarli lavorare per diverse settimane, anzi, mesi. Ma il mondo del calcio ormai è questo e noi allenatori lo sappiamo benissimo».

Ma c’è vita oltre il pallone?

«Certo, sto proprio pensando di fare altro, come molti colleghi. Extra a cui sto pensando in questo anno definiamolo sabbatico. Ma poi mi piacerebbe tornare sperando di trovare la situazione giusta, l’ambiente giusto per tornare un po’ a divertirmi»

Ps. Ultim’ora. Il nostro poche ore dopo una telefonata l’ha ricevuta ed una panchina l’ha trovata. A lui l’imbocca al lupo. L’anno sabbatico alla fine è durato poco.