La Serie A in tv non tira e i club sono pronti a fare per conto proprio

Il rischio concreto è che in primavera, quando verrà scritto il bando per il triennio 2024-2027, lo scenario sia desolante.

Segnatevi la data: 1° luglio 2024. E’ il giorno in cui le abitudini dei tele-tifosi italiani potrebbero cambiare ancora e questa volta definitivamente. Una rivoluzione su cui le società della Serie A lavorano da anni e che sta maturando nel cuore di questa stagione, al riparo finora da tensioni e strappi se è vero che il documento contenente le linee guida per l’assegnazione dei diritti tv del prossimo triennio è stato licenziato all’unanimità dai presidenti, quasi un inedito per la litigiosissima Lega Serie A.

Il processo è alla fase iniziale ma non in embrione, visto che dal 2020 i club si sono dotati di un centro di produzione che oggi serve per confezionare il prodotto poi trasmesso da DAZN, Sky e dai broadcaster in giro per il mondo (oltre che per ospitare la Var Room) ma che da domani – cioè dal 2024 – potrebbe diventare il cuore pulsante di un vero e proprio canale della Serie A.

La differenza rispetto al passato sta proprio nella struttura tirata su a Lissone

Lo scenario non è nuovo, anzi è ricorrente nelle fasi di trattativa da almeno un decennio, da quando, cioè, i presidenti si sono accorti che il mercato italiani è vicino al punto di saturazione e che il gap alla voce ‘diritti tv’ rispetto alla concorrenza europea rischia di diventare incolmabile. La differenza rispetto al passato sta proprio nella struttura tirata su a Lissone in meno di un anno in piena pandemia e che funziona a pieno regime, pronta per essere allargata con nuovi studi per trasformarsi in un canale autonomo.

Il ragionamento è semplice e al tempo stesso brutale

Perché? Il ragionamento è semplice e al tempo stesso brutale. Se gli operatori streaming e pay, in ogni loro forma, non saranno in grado di garantire alla Serie A un contratto almeno pari a quello attuale, le società proveranno a fare per conto proprio così da produrre televisivamente il campionato per poi venderlo a quante più piattaforme possibile racimolando il miliardo che serve per non andare in default.

Siccome l’esperienza DAZN sta deludendo dal punto di vista degli ascolti: la media con dati Auditel in questa stagione si attesta intorno a 5,4 milioni per week end, non decolla e ha confermato come la rilevazione in proprio con Nielsen della scorsa stagione fosse gonfiata nei suoi valori. Sky Sport si è sistemata con l’accordo che ha portato la App di DAZN su SkyQ e con i canali lineari e altri broadcaster interessati non si vedono all’orizzonte a partire da Prime Video che sta sperimentando con la Champions League senza, però, impegnarsi oltre una piccola fetta del prodotto.

Ritorna l’idea del “canale della Lega”

Il rischio concreto è che in primavera, quando verrà scritto il bando per il triennio 2024-2027, lo scenario sia desolante. Da qui il ritorno all’idea del ‘canale della Lega’ descritto come lineare o on demand, a pagamento ma tenendosi aperta la possibilità di mandare qualcosa anche in chiaro a scopo promozionale e con programmi di approfondimento a fare da corollario alle dirette delle partite.

Il tutto sarebbe poi distribuito alle varie piattaforme oppure direttamente ai tifosi bypassando tutti i canali fin qui noti.

Una sorta di rilancio che potrebbe convincere gli operatori a sedersi dotati di portafoglio consistente al tavolo dei diritti tv. Anche perché le nuove norme consegnano alla Lega un’arma in più: la possibilità di andare oltre il triennio previsto dalla Legge Melandri, ingolosendo i partner con la prospettiva di investire nel lungo periodo tagliando fuori la concorrenza.

Dopo Natale si entrerà nel vivo.