Il nuovo Fair Play della Uefa fa pagare all’Italia il conto della Superlega

Il nuovo Fair Play della Uefa è un bagno di sangue per le italiane che non contano più nella geografia del potere del calcio europeo

In attesa di capire perché centinaia di club medi e piccoli che un anno fa erano scesi (metaforicamente) in piazza contro la Superlega abbiano accolto di buon grado le nuove regole della Uefa, sistema di norme che cristallizza in eterno gli attuali rapporti di forza, c’è un dubbio che si è insinuato leggendo il Fair Play Finanziario 2.0 approvato con grande enfasi da Nyon. E’ il dubbio che il calcio italiano abbia pagato duramente la sconfitta politica di Andrea Agnelli nella guerra per la Superlega, non ancora terminata perché l’ultima parola la dirà la Corte di Giustizia europea ma che ha visto il dirigente più in vista del nostro sistema costretto in un angolo.

Si salvi chi può

E’ bastato prendere una calcolatrice e gli ultimi bilanci disponibili per capire come le squadre italiane dovranno sudare le proverbiali sette camicie per riuscire a rientrare nei paletti del sistema di sostenibilità Uefa, compreso il salary cap all’europea che a regime prevederà una spesa massima del 70% del fatturato in ingaggi, commissioni e ammortamenti di cartellini.

Si cominciasse oggi sarebbero fuori tutte tranne l’Atalanta. Fortunatamente le norme andranno a regime nel 2025 con prima un periodo di transizione più flessibile in cui, in ogni caso, resterà la fotografia attuale e cioè che chi è ricco potrà spendere di più, rinforzarsi e arricchirsi ulteriormente con premi e visibilità per gli sponsor, mentre chi è povero o meno ricco dovrà accontentarsi delle briciole.

Un sistema aperto solo a parole

A essere maligni la Uefa ha creato un meccanismo molto simile a quello della Superlega semplicemente tenendolo virtualmente aperto a tutti. Non nella pratica, visto che è impossibile credere che un club portoghese o olandese – o perché no? purtroppo italiano – possano competere con i mostri della Premier League o il Psg degli sceicchi per arrivare in fondo alla Champions League.

E il sospetto è che le nostre grandi abbiano avuto ben poca voce in capitolo in questi ultimi dodici mesi; Agnelli non è più dentro l’ECA (l’associazione che racchiude le società) di cui era presidente fino all’aprile scorso ed è persona non gradita alla Uefa nel cui board sedeva al fianco del presidente Ceferin.

Inter e Milan sono rientrate dalla finestra ma con meno potere rispetto, ad esempio, alle inglesi il cui asse con Ceferin ha fatto naufragare la Superlega nelle ore successive il blitz.

Non contiamo più nulla

Per chi pensa che queste cose non contino, sarebbe bene ricordare come la Serie A ha ottenuto nell’ultima riforma della Champions League la certezza o quasi di poter iscrivere direttamente ai ricchi gironi quattro squadre senza rischiare, come era diventata abitudine, di perderne un paio nei preliminari di fine agosto.

Allora Agnelli aveva avuto un ruolo determinante così come il presidente della Federcalcio, Carlo Tavecchio, che di Ceferin era stato grande elettore e che era passato all’incasso in nome e per conto dei club. Ora siamo tornati marginali nella geografia del potere calcistico del Vecchio Continente e di sicuro il nuovo Fair Play Finanziario, che in realtà ha preso il nome di modello di Sostenibilità Finanziaria, riflette anche questa impossibilità a scrivere norme meno punitive in prospettiva.

Siete poveri? Cazzi vostri

Che le regole cristallizzino l’attuale situazione lo hanno chiaro anche i dirigenti che le hanno redatte e non lo nascondono. Andrea Traverso, uno dei padri del (fu) e del nuovo FFP, lo ha spiegato senza troppi giri di parole: non ci si è occupati di salvaguardare l’equilibrio competitivo. Un modo elegante di dire che chi è dentro è dentro e per chi è fuori difficilmente arriveranno tempi migliori. Il guaio per le italiane è che al momento siamo fuori.

Parafrasando la celebre prima pagine del settimanale satirico ‘Cuore’ il titolo potrebbe essere: “Siete poveri? Cazzi vostri”.