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Ci meritiamo davvero il libro di Zaniolo?

Non siamo più solo un popolo di santi, poeti e navigatori. Siamo un popolo di scrittori. Tutti, ammettiamolo, per primi i giornalisti (tanti, troppi), si sono messi alla tastiera per raccontare spesso la loro storia personale. Sport e sportivi si sono subito adeguati. In questi giorni è uscito il libro di Sinisa Mihailovic in cui l’attuale allenatore del Bologna racconta oltre alla sua carriera calcistica anche la lotta con il cancro, il Covid, la guerra civile della sua Serbia. Una vita piena, niente da dire.

Si capisce un po’ meno la necessità di leggere Il mio Terzo Tempo, scritto da Claudio Marchisio. Come calciatore, bisogna essere schietti, non stiamo parlando di un fuoriclasse. Della sua Juventus in quella categoria si ricorderanno Del Piero e Buffon, tanto per fare due nomi. Ma una bella foto di copertina (Marchisio avrebbe avuto grande successo anche come modello) aiuta, assieme a qualche consiglio sull’imprenditoria (boh…) dato da chi, comunque, ha un conto in banca che ripara da qualsiasi flop.  

Ma, forse, ci sarà anche di peggio. Un procuratore si è messo in contatto con alcune case editrici per valutare l’uscita del libro di un suo assistito. Stiamo parlando di Nicolò Zaniolo, il centrocampista della Roma, alle prese oggi con il recupero dalla seconda operazione alle ginocchia (e comunque piuttosto occupato tra shooting fotografici per Dolce&Gabbana e comparsate a C’è posta per te). Che sia un talento non ci sono dubbi, che sia stato sfortunato altrettanto. Ma davvero non capiamo quale possa essere il contenuto del suo testo. Non la sua carriera (ancora tutta da costruire, Zaniolo ha 21 anni), speriamo non la sua lotta con le ginocchia perché di colleghi con gli stessi problemi ce ne sono stati centinaia (Ronaldo, il Fenomeno) e nemmeno gli attacchi alla mamma, influencer su instagram.

Temiamo purtroppo ci saranno tutti e tre nell’ennesima manovra di marketing, dove questi ragazzi vengono spremuti in ogni modo possibile, soprattutto quando non giocano.
Ma c’è un limite, o purtroppo, ci dovrebbe essere.