Travaglio, Scanzi, Severgnini e ora anche Orsini: i giornalisti con molta autostima e i monologhi in teatro

Seguendo l'esempio di Marco Travaglio, Andrea Scanzi o di Beppe Severgnini, anche Orsini ha scelto il teatro per "parlare senza interruzioni"

Il prezzo della verità? Da 15 a 25 euro, a seconda che si scelga la balconata o la poltronissima. Più un euro e cinquanta per i diritti di prevendita. Il giorno in cui sarà svelata? Il 10 maggio prossimo, alle 21. Dove? Al teatro Sala Umberto di Roma.

Sarà in quella data che il professore Alessandro Orsini, docente della Luiss e ormai noto volto di opinionista televisivo, racconterà a un pubblico pagante “Tutto quello che non ci dicono” sull’Ucraina.

Pur essendo da settimane ospite fisso di Carta Bianca, con incursioni in altre trasmissioni tv, dove il docente di Sociologia del terrorismo della Luiss dice la sua sul tema, Orsini ha scelto il teatro, consigliato da Marco Travaglio, per un motivo ben preciso, che aveva anticipato lui stesso sui social: “Sto studiando un modo per raccontare la guerra in Ucraina senza interruzioni o sovrapposizioni strumentali sulla mia voce quando parlo delle responsabilità della Nato, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e degli errori del governo Draghi”.

La presentazione dell’evento: “Orsini sempre interrotto in tv”

E nella presentazione dell’evento si legge: “Alessandro Orsini è stato interrotto mille volte in televisione mentre cercava di spiegare fatti sgradevoli per i media dominanti. In questo monologo sulla guerra in Ucraina, Orsini è finalmente libero di esporre le sue tesi senza interruzioni o sovrapposizioni strumentali. Dalle cause profonde dell’invasione russa alla manipolazione dell’informazione in Occidente, Orsini svela le forze nascoste che spesso muovono il mondo in direzioni catastrofiche.

Ancorato al realismo di Machiavelli e di Pareto, ma nemico di ogni complottismo, Orsini mostra le strategie con cui le persone vengono tenute all’oscuro di ciò che il potere politico-economico non vuole far sapere”. Sarà anche “nemico di ogni complottismo” ma il campionario è proprio quello della terminologia tanto cara ai complottisti e al Fatto Quotidiano: Orsini racconterà “tutto quello che non ci dicono” su quanto sta accadendo in Ucraina (per i no vax il leit motiv era tutto quello che la scienza non ci diceva su vaccini e numeri della pandemia).

Lo slogan del “Fatto”: “Quello che gli altri non dicono”

Anche lo slogan scelto dal Fatto quotidiano al suo debutto in edicola fu “quelloche gli altri non dicono”. E, in effetti, l’altro giorno sulla pagina Facebook del giornale diretto da Travaglio, di cui Orsini è diventato collaboratore dopo aver lasciato Il Messaggero (ricordate? si scusò pubblicamente con quanti si erano abbonati al quotidiano di via del Tritone solo per leggere lui), ci si chiedeva se il seno di Michelle Hunziker si regge ancora bene così in alto per un dono della natura o grazie a un aiutino.

Non fosse esistito il Fatto, ci avremmo mai fatto
caso? Ma tornando al nostro. Il monologo di Orsini partirà dal suo libro, “Ucraina –Tutto quello che non ci dicono” sarà la trasposizione teatrale del testo. Con il vantaggio non solo di non poter essere interrotto, ma soprattutto di non avere, ad esempio, un Antonio Caprarica, ex corrispondente Rai da Mosca, a fargli notare se stia dicendo o meno delle sciocchezze o inesattezze.

In platea solo
pubblico adorante (e pagante) che avrà acquistato il biglietto per lo spettacolo perché già orgogliosamente fan del professore dall’ego talmente abnorme che Scanzi e lo stesso Travaglio al confronto sembrano due timidoni insicuri.
Chi starà ad ascoltarlo sarà un pubblico con altissima se non totale adesione al cosiddetto “pregiudizio di conferma”, il meccanismo psicologico per cui tendiamo a ricercare qualcuno che metta il sigillo ai nostri pregiudizi e ci consenta di dare ragione a noi stessi su una convinzione che non siamo per nulla disposti a cambiare.

Per cui le parole di Orsini coleranno come oro nelle menti di chi lo ascolterà, tranne, è ragionevole supporre, in quelle di una piccola schiera di quanti saranno ad ascoltarlo per lavoro, come i giornalisti.

L’esempio di Marco Travaglio

Il debutto teatrale del professore convinto che i bambini possano vivere felici in un regime totalitario (chissà la felicità che stanno provando quelli deportati da Mariupol dai soldati russi, di cui si ignorano numero preciso e sorte), se è una novità per Orsini, non lo è per il suo mentore giornalistico Marco Travaglio.

Anzi, sembra quasi naturale, se sei una firma del Fatto quotidiano, dover promuovere un tuo libro calcando il palco dei teatri. Proprio Travaglio a fine mese riprende la tournèe con lo spettacolo “Il Conticidio dei migliori” da Varese (costo del biglietto 24 euro). Interessante rilevare come i siti di prevendita biglietti facciano notare il cambio di titolo dello spettacolo, che da “Ball Fiction”
si è tramutato nel titolo dell’ultimo libro. E curioso leggere la notizia della programmazione del Varese Beat Box sul sito Varese News: “Al Teatro di Varese Beat Box, Loredana Bertè, Donatella Rettore e Marco Travaglio. Dal 22 al 30 aprile quattro eventi e altrettanti grandi nomi…”. A memoria d’uomo, e di archivi consultabili, nessuno ricorda Indro Montanelli, di cui Travaglio si considera discepolo (se non erede) protagonista di uno spettacolo teatrale, raccontare l’invasione della Cecoslovacchia nel 1956 ad opera dei sovietici.
Forse perché era sul posto a raccontarla quando avveniva? Ma neppure negli anni a seguire. E sì che Montanelli di libri ne aveva scritti e da raccontare e da dire ne avrebbe avuto. E come lui altri grandi giornalisti. E’ dal 2009 che i libri di Travaglio diventano quasi sempre degli spettacoli teatrali: una bella intuizione di marketing, è da ammetterlo: parlo del mio libro facendomi pagare e poi alla fine dello spettacolo possono acquistare il mio libro. Il cerchio si è chiuso con la creazione di una società in house. La Seif, società editoriale del
Fatto, che produrrà anche lo spettacolo di Orsini, oltre alla pubblicazione dei giornali, ha una linea “Media Content”, dedicata alla produzione di contenuti televisivi (Loft Produzioni) e di produzione spettacoli e organizzazione eventi.

Andrea Scanzi e Beppe Severgnini, un’altissima autostima

Un’altra firma del Fatto che subisce il fascino del teatro è l’aretino Andrea Scanzi: non sempre, però, parte dai suoi libri. Nell’ultimo periodo è sul palco con uno spettacolo dedicato a Franco Battiato, dopo averne fatto in passato uno su Gaber. Ultimo spettacolo “giornalistico” “Il cazzaro verde”, che poi era il titolo del suo libro su Matteo Salvini. Scanzi e Travaglio hanno anche in comune una tecnica di promozione (poco) occulta: quando sono ospiti in talk show (e lo sono spesso) sono soliti usare termini contenuti nei titoli dei loro
libri più volte durante i loro interventi, specie quando i toni si accendono. Anche altri giornalisti, non del Fatto, amano esibirsi a teatro. Il minimo denominatore comune rimane avere un’altissima autostima. Diciamo pure un ego smisurato. Beppe Severgnini, firma del Corriere della Sera, che ultimamente spazia tra Forrest Gump e Zelig per il suo dichiarare di essere stato in ogni dove per lavoro e di aver dovuto spiegare a giornalisti di ogni parte del globo terracqueo quello che accade in Italia, l’anno scorso è andato in
scena al teatro Carcano di Milano con “Lezioni di chiarezza”. Lo spettacolo era inserito in un ciclo programmato per la stagione 2021 – 2022 dove alle rappresentazioni teatrali era stata affiancata una programmazione intitolata Follow the Monday, ovvero Scegli il lunedì, una serie di lezioni sceniche sugli argomenti più disparati, animate da scrittori, giornalisti, scienziati, divulgatori
scientifici, storici, filosofi. Severgnini ha debuttato in teatro nel 2014 con uno spettacolo tratto dal suo libro “La vita è un viaggio”, seguito una messinscena musicale tratta dal libro “Signori si cambia” nel 2015. A cantare, almeno, non era lui, ma la cantante
genovese Simona Bondanza.

La prima giornalista ad aver fatto teatro, quando però ancora giornalista non era, è stata Selvaggia Lucarelli, che nel 2007 era in scena con “Se prima eravamo in due”, “un malizioso e divertente ritratto della famiglia moderna politicamente scorretta e proprio per questo comica, due donne che vogliono avere un figlio e che per riuscirci hanno bisogno di un uomo. Un triangolo di intrighi, passioni e ricatti che vede tre protagonisti, ognuno con un carattere più difficile dell’altro”. Oggi la Lucarelli, giornalista di Domani, nei teatri ci va: per parlare di amori tossici e dipendenza affettiva, a partire dal suo podcast sul tema “Proprio a me” a cura di Chora media.