Sesso? No, grazie: siamo in pandemia. Con il Covid è boom di coppie in terapia

Quattrini, docente di psicosessuologia: “La pandemia ha accentuato le disfunzioni sessuali e intaccato la sfera dell'intimità”

Galera della libido o unica attività rimasta in libertà? La pandemia ha cambiato il sesso. Un report dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” mostra come un terzo degli intervistati abbia denunciato un cambio della propria vita sessuale, principalmente al ribasso. Ad aumentare sono invece le violenze domestiche e l’accesso, spesso incontrollato, a nuove forme di sessualità online.

Fabrizio Quattrini, docente di Psicosessuologia all’Università dell’Aquila, ha tracciato un bilancio sulla sessualità in questi due anni pandemici.

Professor Quattrini, cos’è l’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica e qual è la sua missione?
L’Istituto è un’associazione scientifico-culturale nata nel 2004 con un’attività a tre livelli: quella clinica con il lavoro di sessuologi; quella scientifica da parte ricercatori; infine con corsi di formazione ed educazioni, tramite una scuola biennale post-laurea volta a formare futuri sessuologi.

A questo punto, per uscire dalla banalità, cos’è di preciso la psicosessuologia?

E’ una disciplina complessa da definire perché – come tutto quello che riguarda la sessualità – nel nostro paese manca ancora un riconoscimento ufficiale.

Esiste per la sexual medicine, per il campo riproduttivo, ma non per la psicosessuologia. Eppure, la maggior parte degli interventi in ambito sessuologico non sono di carattere medico, ma emotivo, psicologico, relazionale o affettivo. All’interno della psicosessuologia le componenti mediche e psicologiche sono perfettamente integrate. C’è una formazione psicologica, ma è rilevante l’endocrinologia e la medicina sessuale. Purtroppo, il mancato riconoscimento della componente psicologica fa risaltare solo quella medica, ma questa disciplina non può essere inquadrata in un solo ambito.

A cosa si deve questa squalifica della dimensione psicologica?

Come al solito, si tende a preferire un aspetto medicalizzato, organicistico e legato alle problematiche più specifiche del corpo, piuttosto che della mente. Fuori dal riconoscimento, c’è il rischio di azioni controproducenti: con l’avvento di Internet e dei social tutti si spacciano “influencer della sessualità”, squalificando le figure professionali che esistono e svolgono un lavoro importante. È fondamentale che il paradigma s’inverta, differenziando i vari professionisti per un intervento clinico o di educazione sessuale – un’altra tematica che purtroppo soffre di una regolamentazione non chiara.

La sessualità è cambiata durante la pandemia?

Il sesso è stato profondamente coinvolto dalla pandemia: chiusura significa rottura di un equilibrio, che spesso porta alla crisi. Noi sessuologi – al pari degli psicologi – abbiamo constatato un enorme aumento della richiesta di aiuto post-lockdown a coppie che hanno vissuto la quarantena insieme. Da maggio le coppie in terapia sono raddoppiate. La pandemia ha colpito due sfere centrali della sessualità: accentuando le disfunzioni sessuali – soprattutto maschili, nell’erezione o l’eiaculazione; ma ha soprattutto intaccato la sfera dell’intimità, con la dissoluzione della libertà individuale che ha devastato il rapporto di coppia.

Matrimoni e divorzi, nascite e violenze domestiche: come ha inciso il Covid tra le mura domestiche?

All’inizio della pandemia proliferavano visioni edulcorate sul confinamento che sono prontamente state smentite dai dati. Non c’è stato alcun “baby boom”. Al contrario, la pandemia ha calato un’enorme nebulosa sulla stabilità emotiva e di conseguenza sulla natalità. Anziché le nascite, sono aumentati i divorzi. La costrizione ha comportato la reazione “sana” della coppia che ha trovato l’escamotage di crescita; numerose “separazioni in casa” di chi ha aggravato il confinamento con ulteriore isolamento; e poi le quarantene violente.

Quello che poteva scoppiare anche prima, in una situazione di pressione emozionale ha generato comportamenti violenti, spesso in maniera non voluta. Dentro le mura amiche pare essere un ritorno dell’uomo padrone, con la pandemia che ha amplificato la degenerazione dei ruoli domestici.

Dal nucleo familiare passiamo all’esterno, come ha inciso la crisi pandemica sul sex work e sui clienti?

C’è chiaramente stato un blocco per l’intero settore – che in Italia non gode di riconoscimento, siamo ancora fermi alla legge Merlin 1958.

È stato sorprendente, da un lato il boom di forme di sessualità online, dall’altro lo sviluppo di attività ludiche come i club scambisti che hanno conosciuto una fioritura con la realtà virtuale. Però è stato solo una parentesi: non appena si sono allentate le restrizioni, la prostituzione – su strada o in casa – è ripresa, in un settore in cui le precauzioni non possono quasi mai essere totali.

Il Covid ha fatto da volano per nuove forme di sessualità online. Dobbiamo preoccuparci di queste nuove frontiere del sesso?

La pandemia ha certamente determinato un’involuzione della sessualità. Vale per i giovanissimi, ma non solo. Il percorso di consapevolezza della propria sfera sessuale è stato fortemente condizionato, una spia sono l’aumento degli accessi a siti porno, il sexting e il ghosting. Tutto ciò che diventa nuovo dovrebbe avere delle regole per evitare dipendenze. L’accesso alla sessualità online è straordinariamente più semplice: i canali mainstream di pornografia sono stati sdoganati in pandemia, con operazioni accattivanti – pensiamo alla concessione delle aree premium in maniera gratuita durante il lockdown.

Per concludere, come si diagnosticano a livello clinico le dipendenze sessuali e quale può essere la cura?

La manualistica non ha ancora inquadrato in maniera chiara la dipendenza sessuale: nel 2010 non si è fatta entrare nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Ci sono tanti individui che arrivano in consultazione esplicitando la propria dipendenza – alla masturbazione, alla prostituzione o alla pornografia – o che si raccontano con uno spaccato comune. Il concetto di dipendenza genera lo stesso meccanismo neurologico di astinenza delle sostanze; l’unica differenza è che nella sessualità l’interiorizzazione è solo cognitiva, manca l’ingerimento di una componente chimica. Esistono dei testi, che però non hanno validazione scientifica. L’unico modo per certificare la dipendenza sessuale è l’autodenuncia. Più che di “cura”, si deve parlare di un approccio diverso alla sessualità: in questo periodo di cambiamenti improvvisi, l’educazione sessuale ha un’importanza decisiva.