Diciamolo subito, così ci togliamo il fastidio: Sanremo 2026 non era ancora iniziato che, con una mossa degna di un vecchio film di Billy Wilder (o di una puntata di Black Mirror?), si è trasformato da Festival della Canzone a Festival del Doppio Standard, gara nazionale di chi riesce ad arrabbiarsi più rumorosamente per facce e parole che, in teoria, dovrebbero solo farci ridere. Dietro il sipario dell’Ariston, mentre l’orchestra ancora accordava il pianoforte, la prima vittima – almeno così si narra – è stata la satira. Nome di battesimo: Andrea Baccan. In arte Pucci.
Il passo indietro di Pucci: “Onda mediatica negativa”
Pucci, comico di robustissima carriera, viene annunciato co-conduttore per Sanremo 2026. Nemmeno il tempo di preparare una scaletta, e – come da prassi social – scoppiano le polemiche. Pucci racconta di “insulti, minacce, epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia”. Definisce tutto questo una “onda mediatica negativa” che ha rotto – attenzione al lessico: qui siamo in zona scienze sociali, altro che cabaret – il “patto fondamentale” fra artista e pubblico. E quindi, addio palco, arrivederci Rai, bastano i teatri strapieni e qualche ringraziamento. La sindrome da “martire della libertà d’espressione” stavolta scatta prima ancora che la gag sia detta: lui stesso, a 61 anni e dopo problemi di salute, dichiara di non voler combattere una “lotta intellettualmente impari” in cui i fascisti esistono solo per insultare qualcuno, mica come categoria storica. O, per paradosso: il festival del futuro è la rinuncia, non il monologo.
Meloni e il festival del doppiopesismo: “A stento sapevo chi fosse”
La politica, ovviamente, si tuffa come uno YouTuber a caccia di clic nella polemica. Giorgia Meloni ci regala una dichiarazione che suona più come una frecciatina che una presa di posizione: “Io a stento sapevo chi fosse” Pucci. Ma non basta. “Se al Festival avesse partecipato Pucci bisognava chiedergli di non parlare di politica. Ma minacciarlo a monte, chiederne la censura, semplicemente perché non se ne condivide il taglio, lo considero sbagliato”. Il che, come le migliori best practice della comunicazione, permette alla premier di non schierarsi troppo ma di schierarsi abbastanza da rivendicare: “Noi, a differenza loro, non abbiamo mai chiesto la censura di nessun comico”. E il tema si fa subito macro: “Non sopporto il doppiopesismo. È davvero la cifra della sinistra, la usano sempre. Quando attaccano me è satira, quando attaccano la Schlein è sessismo? Su di noi si può dire tutto e su di loro solo quello che condividono?“. Pronti, via: la guerra culturale è servita, ben calda.
Tutti coesi (ma solo in termini di polemica): Tajani, Salvini, la Rai
La solidarietà politica si ammucchia come nei migliori salotti buoni della Prima Repubblica. “L’ultima vittima del politicamente corretto è Pucci, che ha rinunciato a Sanremo per le polemiche esplose intorno alla sua satira. Perché questo doppiopesismo culturale?” domanda retoricamente Antonio Tajani, ministro degli Esteri, sollevando il vessillo della “libertà di espressione, artistica e culturale”. Matteo Salvini, dal canto suo, va di sintesi: “Io sto con Pucci. Evviva la libertà di pensiero, di parola e di sorriso”. Perfino la Rai esprime “grande rammarico” e “preoccupazione per il clima di intolleranza”, evocando la censura esercitata attraverso “odio e pressione mediatica”. Chi voleva il profilo basso si arrende alla guerra di posizione: i fronti sono schierati, l’Ariston sta a guardare.
Comico o capro espiatorio? E il caso che non c’è
Per chi ha il coraggio di spingersi oltre il gioco delle parti, qualche cortocircuito emerge come una canzone fuori tempo: Pucci non è la vittima indifesa di un sistema chiuso. Nè l’eroe della libertà artistica maltrattata. Piuttosto, un campione di successo, passato in carriera dalla satira greve di stereotipi (donne in minigonna, gay, sud, politici tutti uguali) alla nuova sintesi social – tipo “Bagaglino meets Instagram”, chi vuole intendere intenda. Nessuna censura istituzionale: solo riprovazione pubblica, mediatica. Ciò che cambia è – ironia della sorte – che Pucci, all’apice del successo, decide che la libertà d’espressione è fragile soltanto se la platea non perdona la battuta. In teatro centinaia di spettatori ridono, sul palcoscenico delle identità virtuali neppure si sale. Il caso, in sintesi brutale, è tutto qui: Pucci si fa simbolo solo nel momento in cui sparisce.
Fiorello e la satira sulla satira: meta-ironia e qualche lezione
Un passo dietro, tra gli applausi (ironici) e lustrini spenti, Fiorello spara a zero davanti a un pubblico ormai stanco di drammi fasulli: “A Sanremo tutti si preoccupavano di Pucci ma non si preoccupano della vera mina vagante, TonyPitony. Pucci in confronto è un boyscout”. E poi, risata collettiva: “Polemica sul Festival…che goduria per noi de La Pennicanza”. Gli interventi si susseguono: “Carlo Conti non si sarebbe mai aspettato una polemica del genere e fa ‘i Festival a sottrazione’”. C’è chi giura che Nino Frassica, sostituto di Pucci, “in tv si vede poco…da ieri sera!”. Certo, Fiorello scherza, ma nell’Italia 2026 la vera trasgressione è fare ironia sulla satira stessa. O, come andrebbe detto se fossimo meno presuntuosi: mettere a nudo lo spettacolo di chi finge di offendere per diritto, ma si offende a piacere.
