Le proteste di piazza non abbattono più i regimi. Lo studio di Harvard

Piazze invase in Iran, Russia e Hong Kong. Ma le proteste sono in grado di abbattere i regimi? Sempre meno, stando a uno studio di Harvard

Perchè questo articolo potrebbe interessarti? Le piazze di molte parti del mondo sono agitate da proteste. Iran, Sri Lanka, Russia e Hong Kong. Migliaia di persone continuano a riversarsi in strada contro dittature, giunte militari, teocrazie e autocrazie. Ma le proteste sono realmente in grado di abbattere i regimi? Sempre meno, stando a uno studio di Harvard.

Contro gli ayatollah in Iran; contro la guerra di Putin o le ingerenze della Cina; o contro la giunta militare in Sri Linka.

Le piazze del mondo continuano a riempirsi di manifestanti che protestano contro regimi oppressivi. Atti di coraggio e ribellione, per qualcuno anche incoscienza. Ma le manifestazioni di piazza sono realmente efficaci? Uno studio di Harvard ha analizzato l’efficacia delle principali proteste popolari nel pianeta dagli anni Trenta del Novecento. Dalla ricerca emerge come le proteste anti-autoritarie non sono mai state così partecipate; ma al tempo stesso inefficaci nel portare a un cambio di regime o a conseguire i principali obiettivi prefissati dai manifestanti.

La parabola centenaria delle proteste di piazza

“Perché alcune rivoluzioni non violente hanno avuto successo anche con un numero di partecipazione modesto; mentre altre hanno fallito nonostante la massiccia mobilitazione?”. Comincia con questo interrogativo la ricerca “A dynamic model of nonviolent resistance strategy“, condotta da Erica Chenoweth, che dirige il Nonviolent Action Lab di Harvard. Insieme con Andrew Hocking e Zoe Marks la politologa ha sviluppato un modello che dimostra come “le proteste di piazza stanno conoscendo il tasso più basso di successo da più di un secolo”.

Anche il New York Times ha ripreso lo studio, evidenziando come negli ultimi anni le manifestazioni di massa hanno perso la capacità di mettere in crisi i regimi autoritari. Lo studio riconosce l’importanza storica delle piazze; che hanno raggiunto il picco della loro efficacia alla fine del secolo scorso. “Per tutto il novecento – sottolinea la professoressa Chenoweth – i movimenti dal basso hanno avuto impatti apprezzabili sui governi. Verso la fine degli anni Zero però le cose sono drasticamente cambiate”.

Manifestazioni sempre meno efficaci

I dati di Harvard evidenziano la parabola discendente delle proteste. A cavallo del Nuovo Millennio la loro efficacia si è ridotta di tre volte. L’apice è stato raggiunto alla fine del secolo scorso. Durante quella che Samuel Huntington ha definito Terza ondata di democratizzazione, le ultime fasi del processo di decolonizzazione e la fine del blocco sovietico hanno portato le piazze a conseguire straordinari successi. Dal Portogallo a Berlino, passando per Sudafrica e tutta la Cortina di Ferro: statisticamente due sollevazioni su tre della scorsa generazione ottenevano – secondo lo studio di Harvard – almeno alcuni dei principali risultati che si prefissavano.

Nel primo decennio del Duemila le proteste sono cresciute in tutto il mondo per numero, partecipazione e intensità. La loro capacità di incidere però è “crollata drammaticamente”, arrivando a dimezzarsi. Lo studio elenca i fallimenti della stagione simbolizzata dal fallimento delle Primavere arabe. Il paper si conclude con l’analisi della fase più recente delle sollevazioni di piazza. Secondo gli studiosi di Harvard, a partire dal 2020 soltanto una protesta su sei produce un effetto politico rilevante.

Le proteste di oggi sono partecipate ma non incisive

Guardando agli ultimi anni post-pandemia, le sollevazioni popolari hanno riscosso pochi successi. Solo le rivolte in Sri Lanka possono vantare il successo di aver fatto cadere il governo, responsabile di crisi economica e restrizioni democratiche. Lo stesso non possono dire i manifestanti di Haiti, Russia, Indonesia o Hong Kong. E’ sempre più raro che il potere politica manifesti sofferenze o cedimenti nei confronti delle proteste dal basso.

Secondo Erica Chenowth il merito è della “capacità di adattamento della repressione dei governi autoritari“. I social network hanno garantito una maggiore capacità di mobilitazione dei manifestanti; a cui però i regimi rispondono con una corrispondente, se non maggiore, abilità repressiva. Anche i governi repressivi sanno usare internet e le reti social.

Non ci sono più le manifestazioni di una volta

I governi sembrano essere ormai capaci di resistere alle piazze. Lo sanno bene i manifestanti in Iran, paese che negli ultimi vent’anni ha conosciuto l’esplosione di tre grandi movimenti di protesta, che però non hanno portato a cambiamenti. La sociologa turca Zeynep Tufekciripresa da un articolo di Domani – osserva come nell’era digitale le proteste hanno prodotto molte adesioni, ma pochi cambiamenti. La studiosa imputa il fallimento delle manifestazioni proprio alla semplicità con cui i mezzi digitali permettono di riempire le piazze. Le adunate di piazza di oggi, secondo Tufekci, sono molto partecipate ma semplici partenza, non l’esito di iniziative politiche coltivate nel tempo.

LEGGI LO STUDIO DI HARVARD SULL’EFFICACIA DELLE PROTESTE DI PIAZZA