Aborto, l’America torna indietro ma l’Italia non va avanti. Mancano i dati sugli obbiettori

Intervista a Sonia Montegiove, autrice insieme a Chiara Lalli, di "Mai dati". Il report sull'obiezione di coscienza dell'IVG in Italia

Medioevo americano. Stampa e analisti di tutto il mondo occidentale hanno accolto con stupore e sdegno la decisione della Corte suprema americana sull’aborto. L’annullamento della sentenza Roe vs Wade riporta le lancette della storia americana anche più indietro del 1973, anno della storica sentenza. Se gli Usa tornano indietro, sull’aborto l’Italia non sembra fare progressi. Sono passati 44 anni dalla sua emanazione nel 1978 e la legge 194 sull’aborto non se la passa bene.

L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è un diritto per il quale le donne in Italia trovano ancora troppi ostacoli.

Lo mostra l’indagine “Mai dati” che l’Assocazione Luca Coscioni ha presentato a maggio alla Camera dei Deputati. L’inchiesta, condotta da Chiara Lalli e Sonia Montegiove, rileva percentuali altissime di obiettori di coscienza. Numeri che però non emergono nella Relazione sullo stato di applicazione della legge 194 che dovrebbe essere redatta ogni anno dal ministero della Salute.

I dati sono poco chiari: aggregati per regione, senza dettagliare le singole strutture sul territorio nazionale. Inoltre, l’ultima relazione è del 2019, dopo la pandemia non sono stati più pubblicati i report del 202o e 2021.

Sonia Montegiove, una delle due giornaliste che ha redato l’indagine, fa un punto insieme a true-news.it sullo stato dell’arte dell’IVG in Italia e sulle mancanze organizzative e di comunicazione che rendono complicato l’aborto nel nostro paese.

Dottoressa Montegiove, che cos’è “Mai dati”?

“Mai dati” nasce come inchiesta giornalistica indipendente con l’obiettivo di costruire una mappa delle strutture sanitarie dei singoli ospedali d’Italia. Questo per consentire alle donne di conoscere la percentuale di obiezione di coscienza nelle singole strutture. In breve abbiamo capito che questi dati specifici non sono di pubblico dominio. L’estate scorsa io e Chiara Lalli abbiamo deciso di fare accesso civico generalizzato a tutte le strutture sanitarie del paese.

Abbiamo sentito Asl o aziende ospedaliere, per un totale di 180 strutture. Come regolato dal decreto 33 del 2013, tramite PEC abbiamo fatto richiesta alle PA per chiedere il totale del personale impiegato in reparto di Ginecologia e Ostetricia e il numero degli obiettori di coscienza.

Cosa è emerso dall’indagine?

Abbiamo contattato tutti e 180 gli enti censiti, ottenendo risposta dal 60%. Una prima difficoltà è sapere con certezza quali sono gli ospedali che praticano l’IVG e quelli non-IVG.

Ci sono dei grossi vuoti da parte del portale d’accesso. Dall’indagine è poi emerso come 31 strutture abbiano il 100% di obiettori, 50 il 90% e oltre 80 superano l’80%. Un risultato che non ci aspettavamo.

Perché vi siete rivolte all’Associazione Luca Coscioni?

L’intesa è stata naturale con un’associazione che da anni porta avanti la battaglia per difendere la 194, anche con proposte di riforma. Hanno sposato in pieno la nostra causa, presentando a novembre i primi dati nel corso dell’Assemblea dell’associazione.

Il report è stato poi presentato settimana scorsa alla Camera, in occasione dell’anniversario dei 44 anni della legge. Il 1º giugno uscirà un libro con Fandango, per raccontare nel dettaglio l’inchiesta. Con queste iniziative speriamo di sensibilizzare sulle criticità introno all’aborto.

C’è qualche criticità in particolare che avete messo in evidenza?

Con l’Associazione Coscioni abbiamo chiesto al ministro della Salute, Roberto Speranza, e alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, di pubblicare gli open data sull’obiezione di coscienza.

Open data significa “dato aperto”: leggibile da una macchina e costantemente aggiornato o quantomeno trimestralmente. L’Istat ci ha confermato che i dati esistono, ma non vengono aggiornati. Sarebbe un grande passo avanti conoscerli, non attraverso una mappatura dal basso di un lavoro giornalisticamente disumano. Perché banalmente questo è un diritto, riconosciuto dal Codice dell’amministrazione digitale, che s’ispira al principio dell’open data by default. Vuol dire “dati aperti per definizione”, senza che nessuno li chieda.

Da un punto di vista burocratico, come funziona l’obiezione di coscienza?

La legge garantisce – non solo al medico ma anche ad anestesisti, infermieri e quindi anche chi non c’entra niente con l’IVG – di essere obiettore. L’obiezione si dichiara al momento dell’assunzione. Il medico in qualunque momento della sua carriera può cambiare opinione o posto di lavoro. Ecco perché l’aggiornamento, per essere veritiero, deve essere costante.

Si è fatta un’idea sul motivo per cui il governo non ha ancora reso pubblica la relazione, che di solito fa annualmente, sullo stato di applicazione della 194?

Anche a noi piacerebbe saperlo. Dall’ufficio stampa di Istat – che collabora col ministero della Salute alla stesura della relazione – hanno assicurato che i dati vengono rilevati trimestralmente. Ma non escono dal 2019. Per dare una spiegazione ai ritardi si è apportata la giustificazione perfetta del Covid. Abbiamo chiesto che almeno la relazione annuale sia in formato aperto. Al momento è in PDF: un formato chiuso che non permette un confronto con le tabelle degli anni precedenti. L’altro difetto della relazione è che presenta i dati per regione. Peccato che per un’IVG una donna necessiti di una struttura decisamente più vicina.

Che quadro emerge sulla situazione dell’aborto in Italia?

È sicuramente migliorabile. Ci sono ovviamente eccellenze – come l’Emilia-Romagna e la Lombardia – ma anche tante zone geografiche dove è complesso abortire. Prendiamo il Molise: ha un’unica struttura punto IVG, dove è rimasto un solo ginecologo che sta per andare in pensione. È chiaro che le donne del Molise si dovranno spostare in un’altra regione per avere accesso a quel servizio. Che è comunque riconosciuto come diritto alla salute.

Cosa può fare la politica per garantire questo diritto?

Alla conferenza stampa alla Camera hanno presenziato anche tre onorevoli, tra cui Lia Quartapelle, che hanno recepito l’importanza dell’analisi da dato aperto. Consentirebbe anche a livello politico di mappare – e quindi poi intervenire – al meglio a livello locale. In Italia si parla tanto di data governance, cioè di decisioni basate sui dati. Ma, se non abbiamo i dati, c’è davvero poco che possiamo fare.

Stiamo vivendo un periodo di regressione dei diritti civili?

Sicuramente sì. Lo avverto anche nella costante infarcitura ideologica di un tema come l’aborto. Ha certamente risvolti etici, ma non si tiene assolutamente conto di quello che è il diritto alla salute. Spesso le donne che ricorrono all’IVG lo fanno per la propria salute. Questo fattore non viene considerato ed è inquietante. Quello all’aborto non è il solo fronte su cui stiamo regredendo. C’è un’enorme disparità di genere a livello lavorativo e livello salariale. Non stiamo facendo molto per fare passi avanti.

Pensa che il referendum del prossimo 12 giugno, nonostante la bocciatura della Consulta dei due quesiti radicali, possa invertire questa tendenza?

Il lavoro che ha fatto l’associazione Coscioni sul fine vita è stato grandioso dal punto di vista comunicativo. Credo però che non basti il solo referendum a smuovere le cose. Ci vuole un processo culturale che richiede tempo, che richiede anche un’informazione attenta a questi temi. Quando dico attenta, intendo non ideologicamente. Alcuni colleghi giornalisti hanno bollato la nostra inchiesta come “propaganda”. Alcune associazioni Pro-Vita hanno parlato di “bambini frullati”. La narrazione di questi temi dovrebbe ritrovare un’attenzione che è poi quella che meritano. Al di là delle proprie convinzioni rispetto alla vita e rispetto alla morte, credo che in un paese laico e libero ci debba essere per tutti il diritto e l’opportunità di scegliere.

LEGGI L’INCHIESTA “MAI DATI”