Le novità sul congedo parentale certificano le disuguaglianze di genere

Il decreto legislativo del governo sul congedo parentale è un'occasione mancata per la parità di genere e per il mercato del lavoro

Lo scorso 31 marzo il Consiglio dei ministri ha approvato due schemi di decreto legislativo che recepiscono una direttiva europea che apporta novità relative al congedo di paternità, maternità e trasparenza sui contratti. Una serie di misure che rivelano, ancora una volta, quanto sia lontana la parità di genere quando si parla di genitorialità e cura dei figli.

Il congedo parentale

Il lasso di tempo in cui ci si può astenere dal lavoro per accudire i figli appena nati è regolato dal congedo parentale.

La normativa di riferimento è contenuta nell’articolo 32 del Decreto legislativo 2001/151 e già in questo testo si nota un’asimmetria tra le possibilità riservate alle madri e quelle per i padri.

Se è la donna a richiederlo, infatti, può assentarsi dal lavoro – pur essendo retribuita – per un periodo di sei mesi. Se è però l’unico genitore, il periodo di tempo sale a undici mesi. Quando è invece l’uomo a richiederlo, il congedo dura sei mesi o, al massimo, sette mesi.

Si tratta però di un’opzione a cui difficilmente si ricorre. Questo tipo di congedo parentale – anche detto alternativo – viene perseguito soprattutto in caso di malattia o assenza della madre.

Una falsa risoluzione del problema

Tra i nuovi provvedimenti, che si allineano alla direttiva 2019/1158 dell’Unione Europea, i principali riguardano la paternità. In particolare viene introdotto il congedo obbligatorio per l’uomo che deve accudire i figli appena nati. Si legge quindi che “il padre lavoratore, dai due mesi precedenti la data presunta del parto ed entro i cinque mesi successivi, si astiene dal lavoro per un periodo di dieci giorni lavorativi, non frazionabili ad ore, da utilizzare anche in via non continuativa.

Il congedo è fruibile, entro lo stesso arco temporale, anche in caso di morte perinatale del figlio”.

Dieci giorni di congedo obbligatorio, però, non sono sufficienti a sollevare l’altra figura genitoriale del lavoro di cura necessario dopo l’arrivo di un figlio nel nucleo famigliare. Il lasso di tempo viene esteso solo in circostanze precise: “in caso di parto plurimo, la durata del congedo è aumentata a venti giorni lavorativi”.

Impatto sul mondo del lavoro

Il nuovo congedo parentale è stato proposto come una misura “per la parità di genere” eppure mostra che il lavoro di cura non pesa in modo uguale su uomini e donne. Individuare durate diverse per la gestione dei figli sotto i dodici anni – limite entro cui richiedere il congedo – significa sostenere che il lavoro domestico non possa e non debba essere distribuito in modo paritario all’interno delle figure genitoriali. Il lasso di tempo concesso alle madri è sempre molto maggiore di quello riservato ai padri.

Così facendo la cura della prole ricadrà necessariamente più su un genitore che sull’altro e il discrimine sarà ancora una volta il genere.

Se donne e uomini avessero a disposizione lo stesso tipo di congedo parentale, le conseguenze non ricadrebbero solo sulla vita famigliare, ma anche su quella lavorativa. Una delle ragioni per cui le donne sono svantaggiate nella carriera professionale riguarda proprio il tempo in cui, durante la nascita e l’accudimento dei figli, dovranno assentarsi dalle loro mansioni.

Un’uguale possibilità di accesso al congedo parentale – accompagnata da una riduzione del gender pay gap – migliorerebbe addirittura le condizioni lavorative femminili.

Come scrive Caroline Criado Perez in Invisibili, infatti, “le politiche che inscrivono nel diritto la responsabilità parentale condivisa (per fare un figlio, dopo tutto, ci vogliono due persone) hanno effetti che durano nel tempo. Gli uomini che approfittano del congedo per paternità tendono a essere più coinvolti nella cura dei figli anche negli anni successivi: forse è per questo che, secondo uno studio condotto in Svezia nel 2010, gli stipendi delle lavoratrici madri aumentano in media del sette per cento per ogni mese di astensione dal lavoro richiesta dal padre”.

Un’unica idea di famiglia

Infine, la distribuzione disomogenea del congedo parentale, si basa sull’assunto che le famiglie siano ascrivibili al modello eteronormato, formate cioè da una madre e da un padre. E se così non fosse? Per quanto le famiglie in cui le figure genitoriali sono due madri o due padri possano avvalersi del congedo alternativo, la normativa vigente non considera tutte le possibilità presenti nella realtà del nostro Paese. Ripensare i ruoli di genere all’interno della famiglia diventa allora necessario per raggiungere una parità reale.