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“La fine del mondo” di Misculin: “Viviamo un’apocalisse quotidiana. La Storia in podcast? Non può essere pedante”

Il giornalista del Post racconta "La fine del mondo": "Il pubblico cerca racconti orali a sfondo storico. Cosa manca? I prodotti"

Nella storia antica esiste un buco. Il periodo che va dal 1200 all’800 a.C. – nella nostra cultura eurocentrica e classicista – è noto come “Medioevo ellenico”. Dopo secoli di prosperità e fioritura culturale, tutte le civiltà del Mediterraneo, dal Portogallo fino al Medio oriente, conobbero una profonda crisi, un collasso che fece perdere le tracce di scrittura, arte, città e commerci. Forse, anche in un’epoca così remota, si possono rintracciare contiguità e tematiche valide per la nostra epoca. Con efficacia, ma senza banalizzazioni, Luca Misculin, giornalista del Post – per cui cura la sezione Konrad che si occupa di Europa – e laureato in lettere antiche, ha deciso di raccontare quest’epoca caotica di cui non sappiamo quasi nulla in un podcast per Il Post, “La fine del mondo”.

Dottor Misculin, perché un giornalista de Il Post decide di occuparsi di storia antica? Come le è venuta l’idea per questo format?

Vuoto subito il sacco: prima di arrivare al Post, dove lavoro da più di otto anni occupandomi di tutt’altro, studiavo lettere antiche. Diciamo che su questi temi ho un piccolo vantaggio competitivo, rispetto a chi non ne sa nulla. E avevo in mente da anni di provare ad applicare l’approccio del Post – spiegare le cose in maniera chiara ed efficace, ma senza banalizzare – alla storia antica, un periodo di cui sui giornali si parla (poco e male) soltanto quando si scopre una nuova domus a Pompei. Quando mi sono imbattuto in un piccolo giallo ambientato in uno dei miei periodi storici preferiti, cioè il passaggio dall’età del Bronzo all’età del Ferro, mi sono detto che era arrivato il momento di provarci. 

Come sta rispondendo il pubblico a questo format originale?

Sinceramente non mi aspettavo che il podcast andasse così bene: al momento lo hanno ascoltato diverse decine di migliaia di persone. Credo che in gran parte sia dovuto al fatto che le conferenze di Alessandro Barbero hanno permesso a un sacco di persone adulte di appassionarsi alla storia, e ancora più nello specifico ai racconti orali a sfondo storico. Il pubblico c’è, e non da ieri: mancava un prodotto che fosse diverso dalle conferenze di Barbero, ma toccasse corde simili. 

“Dark age, secoli bui, medioevo della storia antica”: il podcast narra le vicende accadute tra il 1200 e l’800 a.C. Quali sono gli elementi di attualità in questa storia?

Viviamo in tempi che definire apocalittici è un eufemismo: il tema del collasso ci sfiora quotidianamente, basta aprire un giornale o scorrere il proprio feed di Facebook. Nel podcast comunque non mi spingo mai a tracciare dei parallelismi fra due epoche così diverse e lontane: mi limito a indicare dei punti di contatto, e ad evocare dei temi e delle domande che in modo diverso possono funzionare oggi come tremila duecento anni fa. 

Alla base della crisi di tremila anni fa ci sono anche questioni climatiche e migratorie? 

Bisognerebbe chiederlo a un climatologo, o a un archeologo: in base alle decine di studi che ho letto e che in parte cito nel podcast, la risposta migliore che possiamo dare è “forse sì”. Sono due dei punti di contatto che citavo prima, ma non gli unici. 

Dietro la fine del mondo c’è l’idea di “collasso”. Cosa significa questo concetto, quali sono le caratteristiche specifiche di questa crisi?

Non esiste una definizione condivisa di “collasso”, ma molti studiosi lo intendono come uno stravolgimento radicale e rapidissimo delle forme socio-culturali di una certa civiltà. In discussioni come questa è importante delimitare bene il perimetro: possiamo parlare di collasso per i regni dei Micenei ma non per l’Impero Romano, e nel podcast spiego perché. In ogni caso, nemmeno il “collasso” di una civiltà è definitivo, o almeno non sempre: lo dimostra la nostra stessa esistenza. 

Facciamo un breve spoiler: il suo podcast non ha risposte semplici a una storia complessa. Qual è stato l’approccio a un tema così poco studiato e che rischia di non essere fruibile ai più?

Ho cercato di non dare nulla per scontato, ma al contempo di non essere pedante o didascalico; di mettere in fila in un contesto narrativo una serie di eventi storici, senza forzare analisi o parallelismi; di concentrarmi su alcune città e alcuni personaggi, ma provando a conservare uno sguardo ampio sui fatti di quei tempi; di fidarmi di alcuni esperti più di altri, senza per questo sminuire nessuna delle tesi che riporto. Spero proprio di esserci riuscito.