Israele, Turchia, Vaticano: la diplomazia è un atto di fede

Israele, Turchia, Vaticano. Gli attori che si muovono sulla scena diplomatica hanno un'attenzione di matrice geo-religiosa

La diplomazia è un atto di fede. Ora più che mai questa affermazione appare a doppio significato: da un lato, mentre la guerra russo-ucraina prosegue, di fronte all’avanzata delle truppe di Vladimir Putin e alla tenace resistenza di Kiev, l’oltranzismo delle due parti è tale che gli spazi diplomatici hanno un sentiero decisamente stretto e pare di essere a Spes contra spem, di fronte al timore di una guerra lunga. Dall’altro, però, le parti che stanno mediando sono quelle legate a potenze di matrice politica e spirituale al tempo stesso.

Israele si muove su più fronti

Abbiamo in campo Israele, Stato degli Ebrei e attivo nella mediazione fin dalle prime battute del conflitto. Un Paese che tramite il premier Naftali Bennett si muove su più fronti: ricordando l’ascendenza esteuropea e russa di molte componenti della sua popolazione e l’appartenenza del presidente ucraino Volodymir Zelensky alla comunità ebraica. Il tema delle radici va approfondito in un contesto in cui Israele si sente legato alle due parti in lotta e il premier Naftali Bennett, appartenente alla destra religiosa ma profondamente pragmatico, capisce la natura profondamente distruttiva del conflitto per l’ordine globale.

Il ruolo di Erdogan

Ma è in partita anche la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Il Sultano unisce storia, geopolitica e letture strategiche nella sua opera di mediazione: lavora con Kiev fornendogli armi e tecnologia, ma fa anche da tempo sponda con la Russia su energia e gas; ha costruito una relazione schietta con Vladimir Putin fondata su linee rosse precise ma vuole anche superare il tradizionale metus della Turchia per la marginalizzazione  ad opera della Russia.

C’è anche in questo caso un’attenzione di matrice geo-religiosa: Ankara sta usando la promozione dell’Islam sunnita come via della sua strategia diplomatica e mentre su alcuni tavoli come quello siriano cerca con la Russia accomodamenti sulla scia dell’appiattimento delle tensioni interne all’Islam, in Ucraina la cooperazione è utile ai fini del bilanciamento dell’influenza russa nel Mar Nero e al mantenimento in essere di un clima di instabilità in Crimea e nel Donbass per tramite della minoranza tatara.

Capace di aumentare il potere negoziale di una nazione che non ha amici o nemici fissi, ma solo interessi. Tanto che Ankara ha in programma di finanziare, progetti temporaneamente sospesi, moschee sia a Kiev che nelle regioni musulmane della Russia. E in vista di questa dinamica ora esercita un bilanciamento diplomatico.

Israele e Turchia hanno di recente normalizzato i rapporti bilaterali in nome del ruolo da pontieri nella crisi. La visita del capo di Stato israeliano Herzog ad Ankara delle scorse settimane, la prima da quasi un decennio, ne è stato simbolo.

E il fatto che le prove generali di questo riavvicinamento sia stato il viaggio del Papa in Iraq nel 2021, “benedetto” da Israele in nome della promozione degli Accordi di Abramo e vegliato da vicino dalla Turchia che ha dato il suo benestare, segnalano l’esistenza di un triangolo di mediatori che riguarda anche il Vaticano.

Papa Francesco e il cardinale Pietro Parolin

E proprio sulla scia del lavoro diplomatico svolto finora da Israele e Turchia si muove la diplomazia pontificia.

Papa Francesco e il cardinale Pietro Parolin stanno scavando da tempo la galleria della diplomazia. Parolin approvando, implicitamente, il diritto all’autodifesa ucraina non ha disconosciuto la resistenza di Kiev. Francesco si è fatto apostolo della pace e critico dell’incremento delle spese militari occidentali, disconoscendo di fatto la strategia euroatlantica e la capacità di Usa e Ue di fare da mediatori. Chiamando Zelensky, si è mostrato aperto a mediare politicamente. Chiamando Kiril, il patriatca “crociato” di Mosca, accusato di essere il cappellano ortodosso di Vladimir Putin, ha tenuto la via ecumenica operativa.

Quasi isolato dai confratelli ortodossi, colpito dalle prese di posizioni dei patriarchi di Georgia e Romania e del metropolita Onufry dalla Chiesa Ortodossa Ucraina fedele Patriarcato di Mosca – quest’ultimo divenuto destinatario degli aiuti inviati dal Patriarca serbo Porfirije, – il Patriarca di Mosca Kirill ha recentemente incontrato il nunzio apostolico Giovanni D’Aniello cercando di ridefinire il perimetro delle attività religiose a quello di moderatori e pacificatori, di fatto indirettamente giustificando il suo silenzio nei confronti delle azioni di Putin. E dietro si può leggere l’influenza di Papa Francesco, da lui incontrato sei anni fa a L’Avana in un primo, storico bilaterale tra i capi delle due Chiese con il maggior numero di fedeli al mondo.

Attori maturi sul piano geopolitico

Di conseguenza, attori come Israele, Turchia, Vaticano coltivano il senso della lunga durata e una cultura del dialogo che si salda con il loro essere attori maturi sul piano geopolitico a cui la guerra, per ragioni identitarie (Israele), strategiche (Turchia) e di lunga prospettiva (Vaticano), essendo Francesco sostenitore del multipolarismo) non conviene. E questa consapevolezza e capacità d’azione nasce anche dal radicamento del pensiero di leader come Bennnet, Bergoglio e Erdogan, che non potrebbero essere più diversi tra di loro, in un terreno sociale, culturale, ideale e umano che fa riferimento all’insegnamento delle tre grandi religioni monoteiste. La guerra in Ucraina ha cambiato forse per sempre la globalizzazione perché, nel suo scoppio e nella lotta per la sua risoluzione, si vede la definitiva sconfitta di qualsiasi discorso che riduce l’identità a un mero residuato bellico. E si spera che questa comunanza di vedute possa spianare la via di un dialogo politico esteso alle grandi potenze. Ora messe in secondo piano da un triangolo inedito e attivo.