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Il “burocratese”, anti-lingua più viva che mai (per colpa del Covid)

La pandemia ha fornito un nuovo arsenale di termini e concetti astrusi ai burocrati dell'anti-lingua: non ce ne libereremo facilmente

Quando si dice il tempismo. Era il 15 febbraio 2020 quando, in una intervista al Corriere della Sera, l’allora ministra della Pubblica amministrazione Fabia Dadone illustrava l’accordo raggiunto con l’Accademia della Crusca per rendere più semplice il linguaggio degl uffici pubblici. Veniva, in altre parole, illustrata la nuova campagna contro il “burocratese” dopo quelle lanciate negli anni precedenti da due suoi colleghi titolari dello stesso dicastero, Franco Frattini e Sabino Cassese.

Che evidentemente non avevano sortito gli effetti desiderati se si era deciso di tornare lancia in resta contro il subdolo nemico, che si manifesta spavaldo e spaventa il cittadino italiano con il suo carico di munizioni, a volte letali, come “esistenza in vita” (può un defunto esistere? Dilemma mai risolto, né dai filosofi, né dagli ufficiali di anagrafe), “deambulare” al posto del più intellegibile “camminare” e così via.

A pochi giorni da quella intervista l’Italia sarebbe stata travolta dallo tsunami della prima ondata di Covid e la meritoria battaglia appena intrapresa non solo sarebbe passata in secondo piano, ma ma quel “burocratese” che si voleva combattere si sarebbe nutrito di nuova linfa, grazie alla pioggia di Dpcm, ordinanze, circolari, Faq.

Per averne conferma, basta armarsi di un po’ di pazienza e andare a spulciare tra i 799 atti emanati per contrastare l’avanzata del coronavirus nel nostro paese da quando è scoppiata la pandemia (dato aggiornato al 29 novembre). Nel 2021 gli atti pubblicati sono 333. Prendendoli come base di partenza per una sorta di appendice al burocratese preesistente che il Covid ci lascerà in eredità, e procedendo con metodo deduttivo, è possibile trovare numerose conferme che il nemico, quell’“antilingua” già individuata da Italia Calvino in un suo memorabile articolo su “Il Giorno” nel lontano 1965, non ci ascolta.

Continua a parlarci. E a confonderci.

Siamo “congiunti” o “affetti stabili”?

Lo scorso anno si sono aperte numerose discussioni su cosa si sarebbe dovuto intendere per “congiunti”. Il Dpcm che disponeva che avremmo potuto incontrare solo loro era così farraginoso e di fatto esclusivo (in teoria avremmo potuto vedere parenti di cui ignoravamo perfino l’esistenza, ma non la compagna convivente), che alla fine si è passata alla più inclusiva definizione di “affetti stabili”.

L’autocertificazione? Da compilare “ai sensi degli artt. 46 E 47 D.P.R. N. 445/2000”

Ricordate poi le autocertificazioni che dovevano accompagnarci nelle nostre uscite? L’intestazione recitava “Autodichiarazione ai sensi degli artt. 46 E 47 D.P.R. N. 445/2000” per le quali avremmo dovuto essere consapevoli “delle conseguenze penali previste in caso di dichiarazioni mendaci a pubblico ufficiale (art. 495 c.p.)”? Quanti di noi, non operatori di legge, conoscono a menadito gli articoli del codice penale? E quanti, erano realmente a “conoscenza delle sanzioni previste dall’art.

4 del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, e dall’art. 2 del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33”?

Nuovi termini d’uso quotidiano: dal Dpi al distanziamento sociale

Sono entrati nel vocabolario burocratese-italiano termini come Dpi, i dispositivi personali di protezione (in estrema sintesi, mascherine e gel disinfettante), distanziamento sociale (un tempo di pertinenza solo della prossemica, la disciplina che studia spazio e distanza tra due interlocutori come fenomeno comunicativo), Faq (acronimo di Frequently Asked Questions) che si sono rese necessarie per ogni decisione intrapresa dallo Stato.

Pubblicate dalle stesse amministrazioni statali che avevano adottato quelle decisioni. Come se, ai tempi del liceo, la casa editrice del manuale di filosofia di Ludovico Geymonat si fosse premurata di fornire agli studenti, contestualmente al suo testo, un Bignami della materia: “almeno potrete capirci qualcosa”.