Giulio Sapelli: “Ha perso il referendum di chi non ha mai preso un autobus”

Giulio Sapelli, professore di Storia economica, analizza il voto del referendum sulla giustizia, un record negativo per il nostro paese

La scarsa affluenza è una tendenza sempre più consolidata nelle democrazie occidentali. Ma il 14% del referendum sulle giustizia del  è un abisso anche difficile da immaginare per un paese che storicamente ha conosciuto una delle partecipazioni più ampie del mondo. Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica all’Università di Milano ed editorialista, analizza l’esito di un voto che rappresenta un record negativo per il nostro paese.

Professor Sapelli, alle 19 l’affluenza al referendum è circa del 12%.

Rischiamo il record storico in negativo.
Mamma mia, un dato spaventoso. È la prova provata che fra la società dei social e dell’immagine – che noi pensiamo condizioni tutto – non ha alcun rapporto con la realtà. Vuol dire che le persone sanno distinguere tra ciò che è importante per la società dalle apparenze. Alla fine è un’ottima notizia per il paese.

Come mai?
Non si può fare la riforma della magistratura attraverso un referendum.

La consultazione non aveva alcun senso: era necessario un iter parlamentare parlamentare. Come si può non fare un passaggio parlamentare su un tema così complesso, ma dove vivono gli onorevoli? Questo è il referendum di chi non ha mai preso un autobus.

Pensa che questo Parlamento sia però in grado di legiferare su un tema come la riforma della magistratura?
[Ride, ndr]. Il parlamento non è in grado di far nulla. È lì che vegeta.

Mi domando come il Presidente della Repubblica abbia potuto permettere che un parlamento che si è evirato di circa il 40% dei suoi deputati rimanesse in carica.

Professor Sapelli, come avrebbe potuto intervenire la politica?
Bisognava intervenire in Parlamento. Senza continuare a mortificare l’istituzione, dopo tutto quello che era successo: su tutti, il caso Palamara. Il Parlamento doveva fare sua questa battaglia per cominciare finalmente ad avviare una riforma della magistratura.

Il Parlamento deve riprendere in mano i destini del Paese: siamo una democrazia parlamentare. E si doveva intervenire proprio su questi cinque quesiti. A partire dalla legge Severino, che è ignobile anche per l’America Latina degli anni Settanta. Una vergogna retroattiva, per cui siamo anche stati condannati dall’Unione europea.

Tra i promotori di questo referendum c’è la Lega, è una brutta battuta d’arresto?
Il referendum nasce da un connubio innaturale.

Non esiste in politica nulla di più innaturale tra la tradizione liberale del vecchio Pannella e la Lega. È un cartello elettorale alla Nenni, pura tattica senza strategia. Ma il popolo che è molto meno sciocco dei politici ha capito: cosa centrano i radicali con la Lega?

È un brutto colpo soprattutto per i radicali?
Mi spiace, perché ho tanti amici tra di loro. Ma i radicali dopo Pannella sono morti.

Questo voto sancisce anche la morte dello strumento referendario in Italia?
È un brutto colpo ed è un peccato.

Ma, per come lo avevano immaginato in nostri costituzionalisti che erano persone di grande cultura, rimane un grande strumento. Ma non si può utilizzare per dei quesiti così complessi. Non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca.

Cosa dobbiamo aspettarci dal governo Draghi in questi ultimi mesi?
[Ride ancora più forte, ndr]. Rimarrà in carica una dittatura che non fa nulla. La BCE rialzando i tassi, senza alcuna capacità tecnica, ha sganciato una bomba atomica sull’Europa.

Lagarde non sa fare nulla. Si va verso la frammentazione, non c’è alcuna visione, né accordo con la Federal Reserve o le altre banche centrali mondiali. Anche lì, serviva una riforma complessiva, per una costituzione federale per fare dell’Europa un impero. Il programma massimo è il programma minimo: Stati Uniti federali d’Europa. Ma viviamo un’epoca di nani, in Europa come in Italia.