Finché c’è guerra c’è profitto: Massimo D’Alema e le armi in Colombia

Leader Maximo e aziende italiane, Colombia e Puglia, armi e commissioni. Tutti i retroscena della vicenda taciuta da quotidiani e politica.

Finché c’è guerra c’è speranza. Il film con Alberto Sordi trafficante di armi dalle relazioni sempre più pericolose sembrerebbe quasi avere un sequel in questi giorni con la vicenda che vede coinvolto l’ex presidente del Consiglio e segretario dei Ds Massimo D’Alema: finché c’è guerra c’è profitto. 

Il “leader Maximo” è indicato come l’intermediario di una tentata vendita di armamenti alla Colombia per il valore tra i 4 e i 5 miliardi di euro, sulla quale l’ex presidente del Copasir, ormai fuori dal Parlamento dal 2013, come ha ricordato lui stesso in una intervista a Repubblica, avrebbe portato a casa, se andata a buon fine, una provvigione di 80 milioni di euro.

Il retroscena

L’intermediazione sarebbe avvenuta per conto delle partecipate di Stato Leonardo e Fincantieri ma sarebbe stata parallela a quella ufficiale avviata dalle due aziende. La vicenda dell’intermediazione è stata rivelata a inizio marzo dal sito sassate.it, per poi essere ripresa dal quotidiano La Verità, che ha pubblicato i primi audio nei quali D’Alema spiega ai suoi interlocutori al telefono i termini del possibile guadagno sulla vendita delle armi, fino ad arrivare al colloquio con un personaggio colombiano dal passato a dir poco discutibile.

Nella “spy story” figurano diversi personaggi, noti, come l’ad di Leonardo Alessandro Profumo, e meno noti, come due broker pugliesi che non vogliono essere definiti tali, e un ex sindaco forzista di un piccolo comune del Salento, Carmiano, sciolto per infiltrazioni mafiose.

Un intreccio di personaggi e situazioni nel quale sta cercando di districarsi l’inviato pugliese di Striscia la Notizia “Pinuccio” (Alessio Giannone) ma che rimane periferico, se non tacitato, in tutti gli altri organi di informazione, quasi fosse una campagna ai danni di D’Alema orchestrata dalla stampa che guarda a destra.

E anche la politica, a dirla tutta, tace. Unici a far sentire la loro voce, da sinistra, Nicola Fratoianni, di Sinistra italiana, che proprio insieme a D’Alema aveva dato vita a Leu, e dal centrodestra Maurizio Gasparri.

L’interrogazione parlamentare

In una interrogazione a risposta scritta del 17 marzo, indirizzata ai ministri della Difesa e dell’Economia e Finanze, Fratoianni riassume le tappe della vicenda e scrive:
“Numerosi media stanno riportando la notizia di una trattativa per la compravendita, poi non realizzata, di aerei e navi da guerra tra le aziende italiane Leonardo e Fincantieri e il Governo della Colombia, nella quale avrebbero avuto un ruolo da intermediario, insieme ad altri lo studio legale americano Robert Alien Law, nonché Massimo D’Alema.

La trattativa riguardava la vendita di due sottomarini, quattro corvette e ventiquattro aerei M346 prodotti da Fincantieri e Leonardo per un valore complessivo di quattro miliardi di euro; sia Fincantieri che Leonardo hanno dichiarato di non aver affidato alcun incarico di brokeraggio alle persone coinvolte in questa vicenda.

Il programma televisivo Striscia la Notizia nei giorni scorsi però ha mostrato dei documenti che costituirebbero la prova di una video-chiamata a cui avrebbero dovuto partecipare Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, Giuseppe Giordo, direttore generale di Fincantieri, Umberto Bonavita per lo studio americano Robert Alien Law, Diego Andrés Molano Aponte, Ministro della difesa colombiano e Massimo D’Alema.

La suddetta video-chiamata non avrebbe più avuto luogo perché la parte colombiana non si sarebbe collegata, ma dimostrerebbe l’esistenza di una trattativa, dal momento che la stessa trasmissione Striscia la Notizia ha mostrato un ulteriore documento che apparirebbe un preliminare d’acquisto tra Fincantieri e membri del Ministero della difesa colombiano, con tanto di firme in calce, e lo studio Robert Alien come garante”.

Tra i colombiani che hanno preso parte alla trattativa, oltre a due mediatori, un cineasta italiano e un’altra persona, residenti in Sudamerica, ritenuti consiglieri del Ministero degli esteri della Colombia, figura anche Edgar Ignacio Fierro Flores conosciuto come «Don Antonio», personaggio noto alle cronache, ex comandante di un gruppo paramilitare di destra coinvolto anche nel narcotraffico, già condannato a 40 anni di carcere per vari reati, compreso l’omicidio di diverse persone e nonostante ciò considerato, dai presunti mediatori italiani, un interlocutore affidabile.

Memorandum e doppi binari

Prosegue Fratoianni: “Secondo il Fatto Quotidiano a fine gennaio a Bogotà sarebbe stato firmato un memorandum of understanding tra due militari colombiani e rappresentanti di Fincantieri, circostanza poi smentita dall’azienda, e si sarebbe svolta una riunione con Leonardo; la suddetta circostanza, insieme ad altre emerse in altri articoli e interviste, dimostrerebbe come già da alcuni mesi vi fossero delle interlocuzioni tra Fincantieri, Leonardo e la Colombia.

Ma ciò che occorre chiarire in questa vicenda è se non vi sia stato un doppio binario nella trattativa con la Colombia, ovvero, da una parte il Governo italiano attivato e coinvolto da Leonardo e Fincantieri e, dall’altra, la mediazione condotta da altri soggetti sempre per conto delle due aziende italiane; per tali motivi, appare necessario che Leonardo e Fincantieri forniscano dei chiarimenti ancora più approfonditi rispetto all’attuale presa di distanze dalla vicenda. In una fase così delicata dello scenario internazionale non possono esserci ombre sull’operato delle industrie italiane delle armi e della difesa né ambiguità sulle competenze e sui ruoli interni ed esterni all’azienda”.

Fratoianni si domanda infine: “quali iniziative intenda assumere il Governo nei confronti delle aziende Leonardo e Fincantieri al fine di appurare se le stesse stessero realmente conducendo trattative con il Governo colombiano per la vendita di assetti da guerra, se avessero informato e richiesto assistenza ai livelli istituzionali competenti, quale sia l’effettivo ruolo dei mediatori italiani in questa vicenda e se tra gli interlocutori colombiani figurassero davvero personaggi come il citato «Don Antonio»”.

D’Alema e il feudo pugliese

Il bandolo della matassa sembra dipanarsi dalla Puglia, terra di adozione di D’Alema. E’ in Puglia il suo primo incarico di rilievo quando milita nel Pci, che lo invia a Bari come segretario della federazione regionale a inizi anni ’80, e sempre in Puglia viene eletto parlamentare nel collegio blindato di Gallipoli dove ormeggia la sua barca a vela. E’ dalla Puglia che bisogna partire anche stavolta.

Leggiamo su La Verità del 21 marzo: “Abbiamo trovato dentro alla società di vino della famiglia di Massimo D’Alema il primo anello che porta attraverso un tortuoso incastro di società allo studio legale di Miami coinvolto nella trattativa per una maxi commessa da 4 miliardi di euro per navi, aerei e sottomarini da fornire alle forze armate colombiane. Con alcune persone a lui vicine l’ex premier aveva spiegato che a proporre lo studio legale di Robert Allen come mediatore era stato un suo amico, Giancarlo Mazzotta, politico pugliese imputato in diversi processi con accuse gravi come l’estorsione aggravata dal metodo mafioso. Ma Mazzotta aveva scaricato la responsabilità della scelta dello studio sui broker Emanuele Caruso e Francesco Amato. Sarebbero stati loro a indicare dove far transitare gli oltre 80 milioni di provvigioni che D’Alema aveva previsto dovessero arrivare da due aziende partecipate dallo Stato, Leonardo e Fincantieri”.

La versione di Caruso

Caruso ricostruisce passo passo la storia della vendita, a cominciare dal suo ruolo – soprattutto fissare appuntamenti e incontri tra le parti – e specificando di non essere un broker, come è stato definito fino a oggi, e di occuparsi invece di cooperazione internazionale, in una intervista a Striscia la notizia.

L’ex sindaco di un comune in provincia di Lecce ci ha fatto incontrare D’Alema perché riteneva che il presidente avesse un peso importante all’interno delle società a partecipazione pubblica” – dice, facendo chiarezza anche sul ruolo della società americana Robert Allen Law come garante dell’affare – “È stato D’Alema che ci ha suggerito di contattare la Robert Allen Law, con le sue referenze”. Caruso conferma che Robert Allen, nella figura di Umberto Bonavita, ha partecipato a due incontri istituzionali in Colombia, tra cui uno a Bogotà.

Il pugliese conferma anche che la trattativa non ha nulla a che fare con la beneficenza: «D’Alema fa il consulente ad altissimo livello su più fronti. Quindi credo che questa fosse un’operazione professionale». E ammette di essere stato lui, insieme ad Amato, ad aver introdotto diversi mesi fa D’Alema a Don Antonio, colombiano ex comandante di un gruppo paramilitare di estrema destra e pluricondannato per l’omicidio di 101 persone. Caruso ammette anche che l’ex premier a un certo punto aveva intenzione di escluderlo dall’affare.

Ma lo Stato italiano sapeva della trattativa? Caruso risponde: «Senz’altro. I manager più importanti delle società a partecipazione pubblica erano comunque regolarmente presenti». Striscia mostra una foto inedita in cui si vedono anche due manager di Fincantieri: il direttore generale Giuseppe Giordo e Achille Fulfaro dell’area commerciale e svela anche un messaggio inedito in cui D’Alema ribadisce che tutto deve passare dallo studio Robert Allen Law.

La versione di D’Alema

Il Fatto quotidiano ha contattato D’Alema, che oggi svolge “una normale attività di consulenza con una società e in collaborazione con Ernst&Young”. “Sono venuti da me due consiglieri del ministero degli Esteri della Colombia – racconta – e mi hanno chiesto di essere messi in contatto con le società offrendosi di fare un lavoro di promozione”. Questa volta però la sua attività non è per conto di Leonardo né di Fincantieri, anche se con quest’ultima dice di aver “lavorato in passato”.

Per quanto riguarda i colombiani D’Alema dice: “Insistevano perché volevano dei riconoscimenti, dei soldi, e gli ho spiegato che le società quotate fanno dei contratti”. La provvigione da 80 milioni “è normale” ma, specifica D’Alema, “io non ho fatto alcuna mediazione”. A Repubblica,  l’ex segretario Ds ha dichiarato di essere stato contattato da due presunti emissari del governo colombiano e di averli messi in contatto con Leonardo e Fincantieri, a titolo gratuito e senza investitura formale dalle aziende partecipate dallo Stato italiano. I vertici di Fincantieri e Leonardo adesso tremano, soprattutto in vista dei rinnovi delle cariche.

Al Governo ritengono molto difficile che il prossimo anno Profumo (sponsor della Fondazione Italianieuropei di D’Alema tramite una cena di sottoscrizione a mille euro per commensale) possa restare in azienda, magari come presidente, come si era ipotizzato nei mesi scorsi. Il prossimo mese dovrebbe dovrebbe concludersi invece l’esperienza in Fincantieri di Giuseppe Bono, alla  guida del gruppo da ben 20 anni.