FdI alla prova Cairo e Rai. Ecco le strategie tra editoria, politica e tv di Stato

di Fabio Massa

Il palinsesto di La7 è stato già presentato. E i programmi “politicamente caldi”, perché sono informativi, ci sono tutti: da Propaganda Live a DiMartedì, da Piazza Pulita a Otto e mezzo, da Non è l’Arena ad Atlantide. Quando il governo – prevedibilmente a trazione Fratelli d’Italia – si insedierà, tutti i conduttori saranno al loro posto. Del resto, Urbano Cairo è soddisfatto e l’ha dichiarato quando ha presentato i palinsesti: “Veniamo da due anni complicati.

Prima la pandemia, poi la guerra. Ma La7 ha visto crescere il suo publico, perché ha sempre saputo informare con qualità e competenza, dire la verità, ospitare tutte le opinioni e lasciare al pubblico la possibilità di farsene una propria”. Ma era il 12 luglio. E nessuno avrebbe potuto prevedere una campagna elettorale agostana per un voto settembrino. E anche i sondaggi, che davano la Meloni in forte ascesa, non parevano così “attuali” perché il voto pareva così lontano.

La7 e la linea severa con il centrodestra

Non è un segreto che La7, in molti programmi, ha tenuto una linea assai severa con il centrodestra. Le battaglie tra Giorgia Meloni e Lilli Gruber sono state sempre assai gustose. “Onorevole Meloni, lei sta dicendo sciocchezze” (3 ottobre 2019), “Non facciamo il solito siparietto, altrimenti le faccio togliere l’audio. Si indispettisce? Mi indispettisco io” (12 novembre 2019). Tanto per fare due esempi, anche se un anno fa Lilli Gruber ha anche espresso (a modo suo), un po’ di stima: “E’ una donna intelligente, molto in ascesa”.

Una cosa è certa: del Governo Conte il sistema di Cairo è stato – soprattutto a livello televisivo – se non sostenitore quantomeno critico benevolo, con Marco Travaglio invitato perenne.

Fdi e i nuovi rapporti con La7 e il Corriere della Sera

Ma adesso, con il nuovo governo e le mille cose e necessità che da editore Cairo deve avanzare? Non è un segreto per nessuno che l’editoria vive ancora di fondi pubblici (e non pochi).

Se non diretti, perché vietati, quantomeno indiretti tramite le partecipate statali in “pancia” a Cdp. Queste da sempre finanziano l’editoria comprando pubblicità. “Mai e poi mai qualcuno si aspetterebbe le epurazioni – racconta un alto dirigente che segue la partita della comunicazione, vicinissimo a Fratelli d’Italia – Ma un po’ di pluralità nell’informazione diciamo di sì”. L’idea è che se Cairo deve fare i conti con il prossimo governo, si capirà la sua disponibilità a inserire nel palinsesto nuove strisce, magari con conduttori giovani e meno schierati a sinistra.

Stesso discorso per il Corriere della Sera, l’ammiraglia del gruppo: chissà se inizierà una virata. C’è da prevedere che questo avverrà, nel massimo silenzio e nel massimo rispetto. “Noi abbiamo grande rispetto per il sistema editoriale che fa capo a Cairo”, fanno sapere da Fdi. Aspettandosi reciprocità.

La questione Rai

Poi c’è la questione RAI. Assai più complessa, articolata. Non si tratta di riempire le caselline dei programmi. L‘idea della Meloni è assai distante da quella che ebbe Matteo Salvini ai tempi.

Il punto non è chi fa che cosa, ma chi comanda l’azienda. Che – dalla riforma Renzi in poi – è una persona sola con prerogative amplissime: l’amministratore delegato. L’ad attuale, Carlo Fuortes, è stato nominato il 16 luglio 2021, e dunque rimane in carica. Il nuovo governo non può cacciarlo, così come non può cacciare il cda. Dunque si produrrà uno stallo, nel quale bisognerà capire se anche il centrosinistra vorrà creare lo spazio per il centrodestra al potere oppure se proverà a fare della RAI una ridotta anti-governativa, l’ultima linea di resistenza prima delle prossime nomine.

Che – a quel punto – non saranno affatto plurali. Ma c’è di più. Perché attualmente nel cda non c’è neppure un membro dell’opposizione. Ai tempi questo “vulnus” democratico, che è sancito anche da una sentenza del 1985, portò addirittura Draghi a scusarsi con Meloni. Ad oggi in RAI non ci sono esponenti dell’attuale opposizione. Ma se il 25 settembre andrà come dicono i sondaggisti, allora per la televisione di Stato ci sarà una doppia incongruenza: il cda sarà infatti espressione di tutti tranne che del partito che potrebbe esprimere il premier e la maggioranza dei ministri, oltre che il partito di maggioranza relativa. Insomma, si arriverebbe all’assurdo che Fratelli d’Italia sarebbe l’unica forza politica non rappresentata in Rai malgrado sia al governo del Paese. A questo punto la palla è nel campo del Partito Democratico: si corregge la rotta e alle nomine successive, a naturale scadenza, l’opposizione di sinistra sarà rappresentata oppure si tiene il punto e alle nomine successive ci sarà una rappresentanza monolitica di destra?

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