Europa, Draghi sposa le tesi dell’ “eretico” Savona. Ma questa volta nessuno fiata

La lettera di Mario Draghi e Macron ricalca concetti espressi nel 2018 da Paolo Savona, che costarono all'allora Ministro critiche violente

“Avremo bisogno di politiche di bilancio credibili, trasparenti e in grado di contribuire alla nostra ambizione collettiva di avere un’Europa più forte, più sostenibile e più giusta”: nella lettera congiunta firmata da Mario Draghi e Emmanuel Macron, pubblicata dal Financial Times e dal Corriere della Sera, gli osservatori più attenti avranno letto parole che altrove, in un recente passato, erano risuonate suscitando molto dibattito.

Giugno 2018: il ministro Savona chiede una discontinuità nella governance europea

Riavvolgiamo il nastro indietro di tre anni e mezzo ed andiamo al 28 giugno 2018. Nel suo primo intervento alla Camera e in un messaggio a Confindustria il Ministro degli Affari Europei del governo Conte I, l’allora 82enne Paolo Savona, chiacchieratissimo uomo al centro della querelle sulla nascita del governo gialloverde respinto da Sergio Mattarella come Ministro dell’Economia appena un mese prima, esprime posizioni apertamente favorevoli a una discontinuità nella governance europea.

La richiesta per una Europa “diversa, più forte, più equa”

Parlando in Parlamento, il ministro ha in primo luogo evidenziato una notevole criticità dell’architettura comunitaria, ovvero la mancanza di un adeguato strumento politico-economico capace di controbattere alla speculazione finanziaria e la lacunosità degli “strumenti alternativi finora proposti”. Nel messaggio agli industriali, invece, Savona ha dichiarato di ritenere che l’Unione europea e la Bce dovessero passare da politiche di tutela stretta dell’offerta e della stabilità dei prezzi a scelte economiche più espansive, che passino attraverso il rafforzamento della domanda interna degli Stati e l’imposizione di spinte esogene alla crescita.

Un’idea a cui si ispiravano proposte di buon senso circolanti allora, come quella del politologo Roberto Marchesi, che sul Fatto Quotidiano aveva perorato la necessità di riformare la Bce “consentendole di intervenire a sostegno delle imprese e contro la disoccupazione con un Qe mirato a questo scopo invece che a quello più generale di sostenere la liquidità monetaria”. L’attuale presidente della Consob concludeva le sue allocuzioni sostenendo il suo appoggio a un’Europa “diversa, più forte, più equa”.

Draghi e Macron sulla scia di Savona

Dichiarazioni che, con l’aggiunta della “questione-bandiera” della sostenibilità, ormai imprescindibile in qualsiasi allocuzione pubblica, sono state completamente ricalcate da Draghi e Macron. Il premier italiano e il presidente francese, con grande fanfara mediatica e con un consenso pressoché unanime, firmano nel 2021 un editoriale congiunto che espone tesi simili a quelle che nel 2018 costarono al navigato accademico sardo, uomo di establishment non meno dell’ex governatore della Bce, una character assassination senza precedenti nella storia della politica italiana.

L’ingenerosa campagna mediatica contro Savona

Nei giorni in cui Savona appariva il favorito per la delicata poltrona dell’Economia e sul suo nome si consumava la clamorosa frattura istituzionale tra il Quirinale e la maggioranza giallo-verde, l’economista e accademico 82enne è stato oggetto di un’ingenerosa campagna mediatica tesa a presentarlo come una minaccia per la tenuta del sistema euro, come l’uomo dello spread. Altrettanto grottesche le pressioni per un’abiura delle sue tesi, a cui Savona ha risposto il 31 maggio con una nota pubblicata su Scenari Economici in cui terminava alla stessa maniera e invocava un’Europa “diversa, più forte, ma più equa”.

Ai tempi queste prese di posizione scettiche su Maastricht e sulle regole europee si sommavano a dichiarazioni di Savona sulla possibilità di pensare a un “piano B” per l’Italia in caso di imprevedibile collasso della moneta unica, portando al fuoco di fila contro l’uomo scelto per primo dai gialloverdi per il ruolo poi ricoperto da Giovanni Tria.

“Savona, faccia un passo indietro”

“Quel che serve è un guardiano severo dei conti che sappia tenere sotto controllo il bilancio dello Stato; non perché lo chiede l’Europa, ma perché ne hanno bisogno gli italiani, i risparmiatori, i consumatori, i salariati”, scriveva ai tempi Stefano Cingolani su Il Foglio, quotidiano che oggi per mezzo della penna del direttore Claudio Cerasa è fautore di un “Draghi per sempre” e ha avuto parole al miele per le dichiarazioni del premier e di Macron.

Di “Voodoo Economics” scrisse invece Sandro Brusco per definire il sostegno di Savona agli investimenti pubblici in deficit. “Savona, faccia un passo indietro”, implorava il 27 maggio 2018 Federico Fubini dalle pagine del Corriere della Sera. Vittorio Malagutti su L’Espresso ebbe modo di criticare la visione di Savona sugli investimenti pubblici e infrastrutturali ad alto moltiplicatore sostenendo che di fronte all’esposizione delle sue idee “il conto da pagare si traduce in punti di spread, cioè maggiori interessi per miliardi a carico delle casse pubbliche. È questo, per ora, l’unico moltiplicatore che funziona. Con buona pace di Keynes. E anche di Savona”.

Oggi sono Draghi e Macron a criticare la governance del Patto di Stabilità

Leggere retrospettivamente queste critiche alla luce del messaggio congiunto dei due leader dell’Europa latina strappa un sorriso. Nel loro messaggio Draghi e Macron si uniscono alla critica al sistema di governance del Patto di Stabilità a lungo stigmatizzato da Savona, definiscono le regole del Patto di Stabilità “troppo opache ed eccessivamente complesse”, aggiungendo che “hanno limitato il campo d’azione dei governi durante le crisi” del Covid-19 e “sovraccaricato di responsabilità la politica monetaria. Non hanno creato gli incentivi giusti per dare priorità a una spesa pubblica che guardi al futuro e rafforzi la nostra sovranità”.

“Voodoo economics”: da Savona a Draghi-Macron

Sul fronte della spesa pubblica, i due leader aggiungono che “Abbiamo bisogno di più spazio di manovra e di margini di spesa sufficienti per prepararci al futuro e per garantire la nostra piena sovranità. Il debito per finanziare tali investimenti, che certamente gioveranno alle generazioni future e alla crescita di lungo termine, dovrà essere favorito dalle regole di bilancio, dato che questo tipo di spesa pubblica contribuisce alla sostenibilità di lungo termine del debito”. Un concetto che a fine 2018, sostenendo (senza essere ascoltato nemmeno dai gialloverdi) l’idea di una Finanziaria tutta orientata agli investimenti Savona espresse parlando con La Verità e ricevendo le accuse di praticare una “voodoo economics”.

La crisi del Covid 19: il re è nudo

La crisi del Covid-19 ha svelato che il Re è nudo, che le logiche dell’austerità non funzionano e che certe riforme, specie sulla flessibilità dei trattati, appaiono inderogabili. Ma ha anche mostrato l’approssimazione di una certa classe dirigente mediatica troppo ondivaga e poco attenta a capire i cambiamenti della politica, interna e globale, e eccessivamente focalizzata su questioni-bandiera. Savona che parlava di svolte in Ue, di spesa pubblica, di investimenti strategici, di regole da modificare era un pericolo pubblico, il pericolo numero uno. Il governo Draghi che pragmaticamente, seguendo l’esempio del comune maestro dei due, Guido Carli, si ricorda che “una buona idea fa più rumore di un pugno sbattuto sul tavolo” e pone in campo queste visioni è invece letto con più realismo.

Ad oggi nessun mea culpa per le aggressioni a Savona

È un bene che l’idea di un’Europa più giusta e più equa si sia fatta strada anche ai vertici delle istituzioni italiane e francesi, appoggiate da circuiti mediatici e informativi. Meno che questi circuiti mediatici e informativi si siano comportati, nei confronti di Savona, con scarsa obiettività colpendo reputazione e credito di un navigato esponente degli studi economici italiani. Gettato nel mezzo della tempesta tre anni fa e invitato addirittura a compiere l’atto più problematico per un uomo di cultura e intuito: l’abiura delle proprie idee. Segno di una malafede per cui, ad ora, non sono emersi mea culpa.