Carola Rackete, nelle carte l’agonia di Sea Watch: il pm smonta i decreti Salvini

La capitana di Sea Watch non ha commesso reati. Nelle carte della Procura le mail strazianti e le omissioni del governo italiano

“Il legittimo contrasto all’immigrazione illegale e di massa, che può esercitare uno Stato democratico come la Repubblica italiana, deve necessariamente avvenire nel rispetto delle norme costituzionali e di diritti interno”. Parole e musica del pubblico ministero di Agrigento, Salvatore Vella.

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Carola Rackete, i motivi dell’archiviazione

Che ha chiesto e ottenuto il 21 dicembre l’archiviazione per la comandante tedesca della nave Sea Watch 3 per i fatti del giugno 2019 che hanno visto la Ong teutonica scontrarsi con il governo italiano e in particolare gli allora ministri dell’Interno, Matteo Salvini, delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, e della Difesa, Elisabetta Trenta.

Sea Watch, Gip: Carola Rackete non ha commesso reati

La richiesta di archiviazione di della Procura di 27 pagine e il decreto del gip Michela Raimondo che ricostruiscono minuziosamente fatti, provvedimenti legislativi e amministrativi, mail e comunicazioni intercorse sull’asse Italia-Libia-Germania e Olanda in quei giorni non lasciano spazio a dubbi giuridici: Carola Rackete non ha commesso alcun reato forzando l’ingresso senza permesso il 26 giugno 2019 prima nelle acque territoriali italiane e poi in porto a Lampedusa.

L’analisi del pm sul decreto Sicurezza bis

I giudici hanno smontato l’impianto del cosiddetto decreto Sicurezza bis, una delle bandiere del governo giallo-verde e del leader della Lega in quei giorni. Il provvedimento interministeriale Viminale-Difesa-Infrastrutture, emanato il 14 giugno a poche ore dal primo soccorso di 53 migranti 35 miglia a nord della Libia, che provando ad agganciarsi a un passaggio delle convenzioni internazionali del mare provava a definire l’ingresso della Sea Watch in Italia come “passaggio non inoffensivo” a causa dei “rischi di ingresso nel territorio nazionale di soggetti coinvolti in attività terroristiche o comunque pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica in quanto trattasi nella totalità di cittadini stranieri privi di documenti di documenti di identità e la cui nazionalità è presunta”, non aveva e non ha alcuna base.

La procura di Agrigento smonta il decreto Salvini: “Migranti pericolosi solo perché stranieri”

“Non faceva riferimento a specifiche ed individualizzanti situazioni di ordine e sicurezza pubblica – scrive il pm – che avrebbero potuto far ritenere pericoloso lo sbarco sul territorio italiano di questo o quel naufrago”. Non si basava su “contingenti ragioni logistiche, di ordine pubblico, di un porto di sbarco e, in particolare di Lampedusa”. Semplicemente “vietava tout court l’approdo in Italia” qualificando quello delle nave come “passaggio non inoffensivo” nelle acque italiane “sulla base del solo presupposto che i naufraghi fossero tutti stranieri senza documenti”.

Senza che nessuno – forze di polizia o magistratura – avesse aperto una qualche forma di attività investigativa o istruttoria sulla pericolosità presunta dei migranti in quesitone.

Le indagini sui migranti dopo lo sbarco

Cosa che invece avverrà in seguito allo sbarco quando grazie alle testimonianza di un gruppo di sei migranti originari del Camerun e del Ghana verranno aperte indagini su tre soggetti con accuse plurime di associazione a delinquere, tortura e sequestro di persona a scopo di estorsione per i comportamenti tenuti in Libia nei centri di detenzione, sulla base delle testimonianze acquisite.

Soccorsi in mare, come funzionano: ong e Guardia costiera

Sono “carte” che smontano l’impianto del decreto Sicurezza bis di Matteo Salvini, che aveva messo nel mirino proprio l’intero sistema pubblico-privato dei salvataggi in mare, visto che sì era aumentato il “peso” specifico delle organizzazioni non governative private ma pur sempre con un “governo” dall’alto della Guardia Costiera italiana e del Maritime Rescue Coordination Centre di Roma come dimostrano anche in questo caso le lunghe conversazioni intercorse via mail e radio.

Conversazioni che raccontano di una lunga agonia in mare, durata due settimane, che se non fosse seria a tratti farebbe sorridere per le contraddizioni interne: basti pensare che mentre il Viminale intimava alla Sea Watch di non entrare in porto, la Procura di Agrigento contemporaneamente indicava alla Capitana Carola Rackete di presentarsi per l’identificazione dopo aver aperto un fascicolo sulla stessa. Rackete si presenterà in maniera coatta solo il 29 giugno, dopo aver “forzato” il blocco in seguito alle decisioni d’urgenza sfavorevoli alla Ong prese sia dal Tar Lazio che dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, con tanto di collisione lungo la banchina con la motovedetta della Guardia di Finanza, senza conseguenze sull’incolumità dell’equipaggio delle Fiamme Gialle.

Sea Watch, 20 giorni in mare: la cronologia dei fatti

Come sembrano uscite da un romanzo kafkiano alcune delle vicende “burocratiche” riportate negli atti: a cominciare dal fatto che se lo “sbarco” di gruppo dei migranti viene vietato per quasi 20 giorni consecutivi, contemporaneamente ogni giorno venivano evacuati piccoli gruppi di persone per le condizioni psico-sanitarie critiche a bordo della Sea Watch, con meno clamore almeno mediatico ma evitando allo stesso tempo che si potessero configurare per i funzionari dello Stato gravi e meno gravi reati a cominciare dall’omissione di soccorso.

La mail di Carola Rackete a Guardia costiera e Viminale

Come infine sono particolari le risposte alle quotidiane interlocuzioni di Rackete con il Mrcc. La capitana il 14 giugno alle ore 15:53 inviava una straziante comunicazione alle autorità italiane, maltesi e olandesi reiterando la richiesta di avere un “porto sicuro” (dal gergo internazionale giuridico “place of safety”) indicando nel dettaglio le condizioni delle persone soccorse. “Segnalo nuovamente – scrive Rackete – la presenza di persone vulnerabili quali donne (9 di cui 2 incinte), minori (2 neonati e 4 non accompagnati), e persone che presentano ustioni da carburante”.

Nella lunga missiva si fa riferimento alle condizioni del viaggio e della detenzione in Libia fra “schiavitù”, “vittime di tratta”, “lavoro forzato”, “abusi sessuali” e trattamenti “lesivi dei diritti fondamentali” e della “salute fisica e mentale”. La Guardia Costiera inoltrava al Ministero dell’Interno che alle ore 16:46 faceva sostanzialmente sapere di lavarsene le mani perché si trattava di una “responsabilità libica per la quale l’Italia non era responsabile e che il coordinamento del salvataggio era stato assunto dalle autorità libiche” le quali avevano indicato Tripoli come porto sicuro.

Libia, le omissioni del Ministero dell’Interno

Ciò che il Viminale dimenticava di dire nella sua risposta è che la motovedetta libica giunta in ritardo sul luogo del gommone, stando all’interrogatorio di Carola Rackete non smentito, era un “regalo” italiano alle milizie del Paese in epoca post Gheddafi (uno dei tanti); che i militari (o miliziani?) libici sono stati addestrati dall’Italia e dalle altre missioni Ue nel Mediterraneo come la EuNavForMed-Operazione Sophia; che la stessa istituzione di una zona di ricerca e salvataggio libica (Sar zone) per la prima volta nella storia è stata coadiuvata da Roma, visto che nella prima richiesta inviata all’Organizzazione Internazionale del Mare direttamente da uno dei due governi libici dell’epoca si era riusciti a fare confusione anche su coordinate, latitudine e longitudine. E che infine il capo della cosiddetta Guardia Costiera libica in Tripolitania, Al-Bija, è un criminale internazionale secondo l’Onu.

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