Riforma sanità territoriale, cosa cambia: dal ruolo degli infermieri al “sociale” obbligatorio

La riforma della sanità territoriale ora è una realtà. Ecco i punti fermi nel dossier del Centro Studi Inrete

Dovrà andare in Conferenza Stato-Regioni. Ma il DM 71 congiunto Ministero della Salute e Finanze per gli “Standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell’assistenza territoriale” ora è una realtà. È la riforma della sanità territoriale. Un nuovo patto per la salute, basato sul territorio come fulcro dell’assistenza, che recepisce (e aggiorna) le indicazioni e i progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il testo verrà modificato ulteriormente ma si possono cominciare a mettere i primi punti fermi che il Centro Studi Inrete ha sistematizzato in un dossier.

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Riforma della sanità: il perno sarà il Distretto Sanitario

Il perno sarà il Distretto Sanitario, centro di riferimento per l’accesso a tutti i servizi della Asl, con compiti di programmazione sanitaria, erogazione e monitoraggio. Uno ogni 100mila abitanti. All’interno del Distretto almeno una Casa di Comunità “hub” ogni 40-50mila (con uno standard di 7-11 infermieri, 1 assistente sociale, 5-8 unità di personale di supporto (socio sanitario, amministrativo) e una serie di Case di Comunità “spoke” da collocare tenendo conto delle caratteristiche orografiche e demografiche del territorio al fine di favorire la capillarità dei servizi con all’interno almeno un Infermiere di Famiglia e Comunità ogni 2-3mila abitanti e un’Unità Speciale di Continuità Assistenziale (1 medico e 1 infermiere che operano con l’utilizzo di strumenti di telemedicina ogni 100mila abitanti.

Le Case di Comunità non sostituiscono gli studi dei medici

Saranno le Case di Comunità il nuovo asse centrale e luogo fisico di riferimento. Ma non in totale sostituzione degli studi dei medici di famiglia che potrebbero anche essere ospitati all’interno delle CdC soprattutto se costituiti fra professionisti in forma aggregativa o cooperativa. E collegati tra loro in rete per garantire un’apertura di 12 ore giornaliere per sei giorni su sette alla settimana.

Le CdC avranno il compito di promuovere l’integrazione tra le diverse strutture sanitarie, in modo da assicurare una risposta coordinata e continuativa ai bisogni della popolazione, l’uniformità dei livelli di assistenza e la pluralità dell’offerta sanitaria. Per questo motivo sono previste all’interno delle équipe miste tra Medici di Medicina Generale, Pediatri di Libera Scelta, Specialisti Ambulatoriali Interni – anche nelle loro forme organizzate – Infermieri di Famiglia o Comunità e altri professionisti della salute come ad esempio Psicologi, Ostetrici, Professionisti dell’area della Prevenzione, della Riabilitazione e Tecnica, e Assistenti Sociali al fine di consentire il coordinamento con i servizi sociali degli enti locali e dei Comuni nel bacino di riferimento.

Riforma della sanità: l’integrazione con il sociale diventa obbligatoria

Quest’ultima è una grande novità. Fino ad oggi l’integrazione col “sociale” era stata prima suggerita, poi caldeggiata e infine fortemente caldeggiata. Ora diventa obbligatoria. In linea anche con uno degli slogan, ripetuti più volte, del ministro della Salute Roberto Speranza: “Non c’è salute senza sociale”. Ne dovrebbero risentire in positivo anche i Comuni. Che da anni lamentano l’assenza di risorse sugli assistenti sociali e il rischio sempre più concreto di un’esternalizzazione totale di quella componente: non a caso in varie realtà territoriali il terzo settore gestisce ormai percentuali importanti delle attività, dalle Dipendenze ai minori.

Un ruolo cruciale per gli infermieri

Tornando all’assetto puramente assistenziale cruciale diventa il ruolo degli infermieri – e quindi anche della loro formazione e reperibilità sul mercato del lavoro che oggi soffre di un mismatch che a seconda delle stime passa da 100mila a 300mila unità – nel nuovo assetto della sanità territoriale: è prevista infatti una loro forte presenza ubiqua dalle Case e gli Ospedali di Comunità per il post ricovero ospedaliero fino a quei casi dove è necessaria l’assistenza domiciliare.

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