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Rsa, le best practice della pandemia: “Rappresentanze degli anziani. Il nuovo operatore? È il conoscitore della famiglia”

Le Rsa sono state messe a dura prova durante la pandemia, ma ci sono esperienze e best practice di cui bisogna far tesoro

Per dirla con uno slogan: burocrazia contro esperienza collettiva e condivisa? Vince la seconda. Almeno nelle Residenza sanitarie per anziani, il simbolo nel 2020 della pandemia Covid in Italia. Colpite dai contagi, anche se a macchia di leopardo, sicuramente servizio essenziale che non poteva chiudere e basta. Insultate in alcuni casi. Eppure nelle tre fasi del Covid sulla penisola sono nate esperienze e best practice da replicare.

Ne è convinta Irene Bruno, Direttrice Asp Città di Bologna: 500 anni di storia alle spalle, oggi fornisce servizi “Silver Age” per 590 posti letto a partire da residenzialità leggera, comunità alloggi, case di riposo e le case residenze anziani (omologo delle Rsa), cinque centri diurni, tre specialitici e due multiutenza. Il tutto all’interno di sei Centri Servizi in varie aree strategiche del territorio limitrofo al capoluogo emiliano, dove Asp gestisce anche servizi per gli under 65 su delega del Comune, ad eccezione della disabilità.

Cosa si sono inventati nei mesi più duri. Tante cose, ora entrate a regime. “Noi ci immaginiamo ancora in stato emergenziale, mentre in realtà quello stato è diventato vita: abbiamo messo in atto nuove azioni e strategie che ora sono prassi” dice Bruno intervenendo al webinar “Case di riposo di successo: le best-practices in pandemia”, promosso da Serenity e organizzato da Inrete, che si è tenuto su piattaforma digitale il 12 o il 13 ottobre 2021.

La principale innovazione organizzativa, di governance e in un certo senso anche di “democrazia sanitaria”? Il Ccsa. Un acronimo che in realtà racchiude un organo di rappresentanza dei familiari. Composto da 32 membri in cui sono rappresentanti tutti i servizi ospitati da Asp Bologna, rappresentanti dei familiari, ma anche gli anziani stessi. “Un luogo dove avere confronti su temi urgenti e emergenziali ma anche gruppi di lavoro a medio lungo termine, associazioni di volontariato che collaborano con noi” spiega Irene Bruno.

Esempi? Un gruppo di lavoro misto erano uno sul guardaroba – “è il punto debole di qualunque struttura” racconta – e un secondo relativo alla mensa. “Il Ccsa ha l’accesso presso i punti mensa per assaggiare e verificare il cibo prima che venga inviato in struttura” dice la Direttrice. Ma tre le principali innovazione c’è quella di “chiedere ai familiari di impegnarsi non nella verifica del centro dove è ospitato il proprio parente, ma in quelli degli altri”. Controlli circolari. In modo tale da creare una sorta di griglia incrociate e con ogni probabilità anche più oggettiva, visto il minor coinvolgimento personale ed emotivo.

L’innovazione organizzativa

Il secondo compito del Ccsa in pandemia? “Stare dentro le norme ma esplorare i confini”. Per esempio per superare gli “stand” allestiti nella Fase 2 nelle aree aperte delle strutture per permettere “l’incontro” anziano-famiglia e invece puntare sul possesso del green pass che permette il contatto a un metro di distanza, il tenersi le mani e darsi delle carezze, entrambi con mascherina. Ancora: il passaggio dalla “sorveglianza one-to-one alla sorveglianza del luogo” e quindi nelle sale comuni dove pur rispettando le distanze si riesce a far “coabitare” gruppi più numerosi di persone. Un altro esempio? “Il patto di responsabilità con il familiare sulle uscite: passeggiate in giardino, giro dell’isolato, arrivare fino al bar all’angolo almeno durante l’estate”. Mentre “in inverno questo avverrà dentro gli spazi comuni”. Tutto ciò ha un senso ben  preciso che Bruno sintetizza così: “Declinare in modo estensivo le norme, perché abbiamo visto che dal confronto fra più attori emergono possibilità che le soluzioni a tavolino non riescono a immaginare”. Tradotto: mai un Dpcm, una circolare ministeriale – che pure servono per fissare rigidi paletti inderogabili – potranno mai riempire di “esperienza” una norma. Mentre al contrario questo nel contesto normativo “che si fa dialogo” e che “si mantiene da un anno e mezzo con i vari organismi del territorio: dal Ccsa, agli assessorati coinvolti, il Distretto Asl metropolitano, il Dipartimento di Sanità Pubblica, fino all’unità di misura più piccole che coinvolge il Distretto Usl cittadino e la task force aziendale.

L’innovazione umano-professionale

La si potrebbe chiamare innovazione organizzativa. Un altro tipo di innovazione? Quella umano-professionale. Così almeno la descrive Fabio Toso, Vicepresidente di Uneba e Presidente di Fondazione Opera Immacolata Concezione (Oib) Un colosso multiservizi cui numeri parlano da soli: base in Veneto con 13 residenze e 2.400 ospiti, di cui il 15% autosufficienti, 2 Ospedali di Comunità. Fra i la propria utenza anche persone in stato di minima coscienza e stato vegetativo permanente oltre a unità riabilitative territoriali. E poi ancora una residenza a Mantova e una a Gorizia, insieme ad asili nido, scuole materne, servizi domiciliari, centri diurni e aree sportive per disabili. Dei “villaggi integrati intergenerazionali” li definisce Toso. Una capillarità che ha permesso anche di guardare alla pandemia da varie prospettive e “latitudini”, anche geografiche, ri-spedendo al mittente l’accusa di untori e di “aver abbandonato i nostri anziani” come da vulgata.

L’uso della tecnologia

Cosa hanno scoperto in particolare a Fondazione Oib? Due temi. Lo sviluppo di una tecnologia pre-esistente ma ami utilizzata nelle sue potenzialità fino a quel momento. Esempio? Una famiglia che carica un video di se stessa su youtube e diventa consultabile dall’ospite della Rsa in qualunque momento della giornata. Sarà banale, ma non si faceva. “Oggi lo considero un risultato importante, una crisi trasformata in opportunità per i, futuro, con una tecnologia che è stata apprezzata anche in termini proattivi e che rimarrà anche quando si potrà tornare al 100% alla visita fisica”.

Più ancora: il ruolo dell’operatore/lavoratore. Grazie un’indagine con numeri particolarmente originali, su questionari condotti dai tirocinanti di Psicologia all’Università di Padova e sottoporti alle famiglie (hanno risposto all’81%, quindi campione iper rappresentativo), proprio il nuovo educatore della Rsa in pandemia è stato il “cuore” della scoperta. Se “prima incontrava in famigliari magari nei momenti di festa o programmazione – spiega il vice presidente di Uneba – in quei mesi è diventato il conoscitore delle più profonde relazioni e segreti intimi fra la famiglia e l’ospite”. Il motivo? “In quelle settimane la percezione è stata che forse per quel momento di dialogo non ci sarebbe stata una seconda occasione e quindi l’educatore si è scoperto in un ruolo proattivo nei confronti della famiglia: dalla proposta e stimolazione al vero e proprio sostegno, anche psicologico. Può accadere a un fisioterapista, per esempio, di trovarsi in questa nuova veste”. Potenzialmente uno sconvolgimento di mansioni, professionalità e tutto ciò che ne deriva a cascata: dall’inquadramento lavorativo fino alla formazione scolastico-universitaria come quella “perenne” in corso di vita professionale. Su questo punto Fabio Toso è categorico: “Questa nuova figura professionale va sviluppata”.

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