Pandemia, i numeri di Bruxelles. Dg Salute Ue: “2 mld di vaccini esportati e 43 mld per la sanità nel Recovery”

L'audizione in Senato di Sandra Gallina, dg della Direzione Salute Ue: "Nessuno scienziato afferma che il Covid è come un'influenza"

Difesa e tutti i numeri dei vaccini in Europa; 43 miliardi di euro messi sui sistemi di salute pubblica da Bruxelles nel Recovery Fund; convivenza con il Covid del quale “non ci libereremo prima di qualche anno”; sanità continentale e la necessità di muoversi nelle maglie delle regole ma anche di modificare i trattati. Ecco la sintesi dell’audizione tenutasi in Senato lo scorso 11 gennaio da parte della dottoressa Sandra Gallina, direttrice generale della Direzione Salute della Commissione europea, sulle politiche di contrasto al Covid-19 nell’Unione europea: vaccinazione, coordinamento, cooperazione internazionale (QUI IL VIDEO:  per la trascrizione stenografica da parte degli uffici del Senato bisognerà attendere probabilmente qualche giorno/settimana).

La funzionaria italiana che a Bruxelles ha in mano la partita vaccinale dall’inizio della pandemia ha parlato per un’ora e mezza a Palazzo Madama, sciorinando numeri e dati e rispondendo a dubbi, perplessità e critiche dei senatori italiani.

Vaccini, tutti i numeri di Bruxelles dal 2020

In quella che oggi viene definita “non più fase di emergenza” Gallina ha spiegato sui vaccini acquistati i primissimi contratti siano stati tutti a oggi completamente eseguiti: sei i contratti funzionanti principalmente per i vaccini m-Rna (Pfizer e Moderna) “che ci hanno dato il grosso delle dosi” e Astrazeneca terzo in termini non solo di dosi consegnate ma anche amministrate – una distinzione operata in particolare nei primi mesi delle campagne per sapere quali Stati membri Ue stavano procedendo velocemente e quali invece “si univano a un vociare indistinto del ‘ci mancano le dosi” ma in realtà le avevano”.

La diversificazione del portafoglio anche con AstraZeneca, Johnson e Johnson e infine Novavax e Sanofi a base proteica (oltre all’ultimo, il vaccino tradizione basato sul virus depotenziato) può in alcuni casi aver fatto accumulare delle quantità di prodotto non utilizzate, ma la Dg Salute di Bruxelles segnala come “l’avere alternative” anche in potenza sia ottimale perché “se le tecnologie sono a disposizione si possono utilizzare in caso di esigenze di dviersificazione”.

Sia per quanto riguarda i pazienti ma anche per motivazioni “logistiche”.

Nel 2022 il terzo contratto BioNTech e Moderna prevede la fornitura di 165 milioni di dosi ogni mese più un’opzione da 200 milioni di dosi aggiuntive a partire dal secondo trimestre 2022 e che potrebbe essere il primo passo per un vaccino adattato alla variante Omicron. Nell’Unione a oggi la percentuale di vaccinati è dell’80% sulla popolazione over 18 anni – con significative differenze territoriali e nazionali.

“In Europa abbiamo fatto bene ma bisogna vaccinare il resto del mondo” è l’ammonimento della funzionaria di Bruxelles che parla orgogliosa “del miliardo e mezzo di vaccini che abbiamo esportato in giro per il mondo” con riferimento in particolare a nazioni come Giappone e Canada che ha dovuto fare riferimento al vecchio continente nonostante la continuità geografica con gli Stati Uniti.

Molto di queste “linee” verso l’estero hanno preso la via delle relazioni bilaterali fra resto del mondo e Stati membri.

Altre invece percorsi condivisi, circa 280 milioni di dosi di cui 230 sono state consegnate a Covax, entità creata all’inizio della pandemia per provare a fare acquisti su scala mondiale e che ha rifornito l’Africa (poco) e molto il vicinato europeo (Balcani, Est Europa).

Il più grande cambiamento dall’inizio della pandemia? “Ora abbiamo un’entità che si chiama Hera, nuova autorità per le emergenze europee, che gestisce i vaccini e con la quale in futuro dovremmo essere in grado di far fronte alle pandemie”.

La strategia futura di Bruxelles sulla sanità e la ricerca si basa su alcuni assi. I fondi per la ricerca anche attraverso Horizon Europe, dove l’idea è di fare attività di “scanning” sull’orizzonte non solo delle pandemie o previsionale dal punto di vista sanitaria ma anche su quelli che sono gli attuali limiti dei trattati. Senza averli di fatto modificati, il Recovery Fund ha messo sul piatto 43 miliardi in tutta Europa sulla salute pubblica “da non confondere con i sistemi sanitari perché la salute pubblica è il software che ha bisogno di soldi e risorse”.

L’altro grosso pacchetto in nuce si chiama “Unione della Salute”, è stato presentato dalla stessa Sandra Gallina a novembre 2020 e contiene il “nuovo” mandato dell’Agenzia Europea del Farmaco (Ema), dell’Ecdc di Lisbona (European Centre for Disease, Prevention and Control) e le frontiere della “cross border healtcare”, la salute transfrontaliera che, come il Covid, supera agevolmente i confini. Probabile conclusione del percorso “Unione della Salute” nel corso del 2022 durante il semestre di Presidenza francese dell’Unione.

Covid, farmaci e trattamenti in Europa

La funzionaria europea ha parlato anche di terapie e trattamenti, citando di passaggio una lista di 10 terapie promettenti contro il Covid delle quali due già disponibili. Si tratterebbe di “medicinali che si possono dare allo stadio iniziale del Covid per cercare di non arrivare alle fasi finali anche su pazienti che per esempio non hanno avuto la vaccinazione”. I trattamenti medicinali invece sono principi attivi concepiti per altri fini ma che vengono utilizzati a scopi Covid perché in certe occasioni le sperimentazioni hanno dato dei risultati promettenti: il più famoso, utilizzato per molti mesi, è il Remdesevir, il primo ad essere stato autorizzato con un acquisto collettivo da parte degli Stati membri e ben altri nove Paesi extra Unione che hanno aderito. Altri appalti in essere riguardano invece i prodotti monoclonali delle case farmaceutiche Roche, GSK, e quello della Eli Lilly.

La difesa a spada tratta dei vaccini

Questi vaccini non sono sperimentali – dice la dottoressa Gallina – rispondendo ad alcuni senatori che erano tornati sul tema che in Italia e in Europa ha scaldato gli animi e qualche volta anche le piazze negli ultimi 12 mesi –. Sono stati autorizzati e le procedure si concludono nel 2023 perché come avviene per ogni medicinale ci sono applicazioni che non vengono studiate subito, tanto è vero che l’autorizzazione sui bambini è stata fornita ben un anno dopo”. A oggi “i dati clinici sono acquisiti” e “come europei – continua – dobbiamo essere fieri del fatto che tutti i vaccini sono a tecnologia europea anche se prodotti da case farmaceutiche esterne”. L’obiettivo di lungo periodo dice rispondendo ad Emma Bonino? “Dobbiamo arrivare ai clinical trials continentali, non quelli nazionali che poi vanno portati all’Ema. Ci sono laboratori, fra cui molti italiani, dove si potrebbe fare ricerca e sperimentazione condivisa con benefici per tutti”

Il “modello Spagna” e il Covid come l’influenza: “Nessuno scienziato lo dice”

Fra i temi che hanno fatto discutere in queste settimane c’è il nuovo approccio spagnolo alla pandemia, almeno per come riportato sulla stampa. Trattare il Covid come un’influenza ordinaria. Il modello Spagna? “Nessuno degli scienziati che consultiamo settimanalmente ha osato dire che il Covid è o diventerà a breve come una malattia qualsiasi” dice Gallina a Palazzo Madama. “Non per fare terrorismo ma perché ancora si sa poco: Omicron ha effetti meno severi ma contagia di più e statisticamente questo puo condurre alle medesime conseguenze a livello di saturazione ospedaliera e terapie intensvie. Oltre a questo non sappiamo a lungo termine come si comporterà la variante quindi il messaggio più onesto è dire che difficilmente torneremo al mondo del passato quando il Covid non c’era: c’è, ne va preso atto, e le misure di contrasto non sono solo i vaccini ma anzi è necessario imparare a convivere con le buone prassi di questi due anni: mascherine, distanziamento, arieggiare le stanze, gesti-barriera che ci permottono di vivere senza ritornare ai lockdown. Non facciamoci prendere dalle illusioni di un mondo senza Covid che per ora c’è e probabilmente ce ne libereremo fra qualche anno. Questo non significa che in Europa non vivremo bene”.

Quarantena, le linee guida dell’Unione europea

“Nel sito dell’Ecdc il 7 gennaio scorso – avverte la Dg Salute di Bruxelles con riferimento alla quarantene – abbiamo potuto osservare i risultati dell’Health Security Committee che porta tutti i dati della salute e sicurezza pubblica con i rappresentanti delle nazioni che si riuniscono ogni settimana: una tabella che riassume bene come mentre all’inizio del covid la quarantena era una cosa quasi semplice, fatta di X giorni per tutti visto che eravamo non vaccinati, ora il mondo del 2022 è più complesso”. Come? “La raccomandazione è stata di non sovraccaricare i sistemi di salute pubblica e quindi ci si comporta a seconda della situazione delle terapie intensive”. Esiste una standard guidance pubblica che si può consultare: “Persona non vaccinata dovrebbe, se c’è stato un contatto, fare immediatamente un tampone (con differenza fra rapido/pcr) e dopo quarantena standard di 10 giorni farne uno a chiusura del periodo. L’opzione due prevede invece 14 giorni di quarantena se alla fine dello stessa non si fa alcun tampone”. Quando invece ci sono pressioni sul sistema ospedaliero e terapie intensive “allora si accorciano i tempi della quarantena (7 con tampone finale, 10 senza)”. Con pressione estrema si possono accorciare ulteriormente i giorni. “Le quarantene sono la scelta del male minore di fronte a un’ondata particolarmente violenta”.