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Il sovranismo farmaceutico di Trump

L'amministrazione Trump vuole risultati concreti già entro la fine dell'anno. Magari prima delle elezioni.

Gli Stati Uniti hanno cominciato a giugno la loro battaglia per il dominio farmaceutico mondiale. Prima acquistando praticamente tutte le scorte per i successivi tre mesi di remdesivir di Gilead: è uno dei due farmaci che hanno dimostrato di funzionare contro Covid-19. Una mossa che ha lasciato a bocca asciutta Regno Unito, Europa e la maggior parte del resto del mondo. Poi è arrivato il momento della corsa mondiale ai vaccini: per il New York Times sono 128 quelli contro il coronavirus su cui i ricercatori di tutto il mondo stanno lavorando ed effettuando test. Trentasei in sperimentazioni cliniche sugli esseri umani e almeno 92 vaccini preclinici oggetto di indagine sugli animali. National Geographic parla addirittura di 150 iniziative di ricerca attive nel globo. La regia? È l’Organizzazione Mondiale della Sanità a coordinare gli sforzi planetari con l’obiettivo di fornire due miliardi di dosi entro la fine del 2021. La “gara” planetaria corre sul filo delle tempistiche. Nonstante i dubbi più volte espressi dalla comunità scientifica internazionale sui tempi, oltre a quelli dei mercati finanziari che per il momento sembrano non crederci a sufficienza, l’amministrazione Trump punta a risultati concreti già entro la fine dell’anno. Meglio ancora entro il 3 Novembre: la data dell’Election Day.   Per farlo ha messo in moto un’imponente macchina della ricerca. Sulla sponda ovest dell’Atlantico a tenere banco è infatti l’Operation Warp Speed del governo americano. L’obiettivo? Produrre e fornire 300 milioni di dosi di vaccini entro gennaio 2021. Figlia della collaborazione fra Dipartimenti goverantivi, la Difesa, agenzie federali e società private, OWS ha messo sul piatto da marzo a oggi 10 miliardi di dollari. Una procedura selettiva partita da 100 candidati vaccini in fase di sviluppo negli Stati Uniti, ristretti prima a 14 e infine a 7 che rappresentano le sperimentazioni più promettenti all’interno di una gamma di opzioni tecnologiche (acido nucleico, vettore virale, subunità proteica), e che saranno sottoposte a ulteriori test nei mesi a venire. In cambio dei fondi Washington si è garantito una sorta di diritto di prelazione: gli accordi siglati con le multinazionali prevedono che in cambio di ingenti finanziamenti pubblici il governo degli Stati Uniti sarà proprietario delle prime 100 milioni di dosi e avrà la possibilità di acquistarne altre. Soltanto fra luglio e agosto Operation Warp Speed ha annunciato 2 miliardi di dollari per il vaccino antinfluenzale adiuvato sperimentale di Sanofi e GlaxoSmithKline; 1,6 miliardi sono stati messi sul piatto per finaziare lo sforzo di produzione di Novavax mentre altri 1,95 miliardi se li è aggiudicati Pfizer per il proprio progetto di ricerca. È di 1 miliardo invece la cifra scommessa sul vaccino sperimentale di Johnson&Johnson (Janssen) che si basa sulla stessa tecnologia che ha permesso al gruppo internazionale di produrre e utilizzare il vaccino Ebola durante l’epidemia 2018-2020 in Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. Fino a 1,5 miliardi di fondi sono stati garantiti a Moderna per la produzione su larga scala del vaccino mRNA-1273 sviluppato dalla società con scienziati del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e che il 27 luglio è entrato nella fase 3 – la prima volta per un vaccino Covid-19 negli Stati Uniti – della sperimentazione clinica.  Tempi sicruamente più serrati di quelli a cui assistiamo in Europa. La Commissione europea ha concluso il 24 agosto i colloqui con Moderna, big statunitense del Pharma e biotecnologie, che sta sviluppando una classe di vaccini basati sull’RNA Messaggero (mRNA). Si tratta della quinta società farmaceutica a entrare in trattativa con Bruxelles in meno di due mesi. Si aggiunge infatti alle compagini già formate da Sanofi-GSK, Johnson&Johnson, CureVac e AstraZeneca. Il contratto discusso con Moderna prevede una prima tranche da 80 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri. Più un’opzione per arrivare ad ulteriori 80 milioni da fornire una volta dimostrata l’efficacia e la sicurezza del trattamento. I colloqui esplorativi della Commissione europea hanno lo scopo di sfociare in un Accordo di Acquisto Anticipato da finanziare con l’Emergency Support Instrument che dispone di fondi dedicati alla creazione di un portafoglio di potenziali vaccini con diversi profili e prodotti da diverse società. Mossa che si inserisce nella Strategia Europea sui Vaccini adottata il 17 giugno 2020 e che mira a garantire a tutti i cittadini del Vecchio Continente vaccini di alta qualità, sicuri, efficaci e convenienti entro 12-18 mesi. Sono quasi 16 i miliardi di euro raccolti anche per questo scopo dalla Commissione a partire dal 4 maggio in poi. Nell’ambito del Coronavirus Global Response, l’azione globale per l’accesso universale a test, trattamenti e vaccini contro il coronavirus e per la ripresa globale.   L’Italia nel frattempo è alle prese con la grana AstraZeneca: la multinazionale ha sospeso tutti i test clinici sul vaccino per il coronavirus che sta sviluppando con l’Università di Oxford, dopo che uno dei partecipanti ha accusato una potenziale reazione avversa. La notizia ha suscitato reazioni sconnesse. Ma il gruppo quotato svedese-britannico del biofarmaceutica si è subito mosso per tentare di arginare i contraccolpi. “Lo scopo degli studi clinici è proprio quello di far emergere possibili criticità in una fase nella quale il monitoraggio è ravvicinato e l’eventuale intervento può essere immediato” fa sapere AstraZeneca con una nota aggiungendo che “le condizioni generali della persona colpita sono buone”.