Fdi: “L’italia diventi attrattiva per l’industria farmaceutica”

True-News.it ha intervistato Marcello Gemmato partendo dal Covid per arrivare al sostegno delle istituzioni alla ricerca farmaceutica.

Regionalismo sanitario con conseguente sperequazione, dm 70 e definanziamento. Ecco, secondo Marcello Gemmato, responsabile sanità di Fratelli d’Italia, e candidato alla Camera nel collegio Bari-Taranto, le tre lacune che ha fatto emergere il Covid nel sistema sanitario italiano. Temi su cui il partito promette di voler intervenire qualora dovesse salire al Governo.
True-News.it lo ha intervistato partendo dal Covid per arrivare al sostegno delle istituzioni alla ricerca farmaceutica.

Onorevole, Gemmato, come può ripartire la sanità dopo la pandemia (che comunque è ancora in corso)?

La fragilità del nostro sistema sanitario nazionale pubblico deriva da tre elementi che vado a citare: la la riforma del Titolo V della Costituzione che ha portato al regime degli orari sanitario.  Il D.M. 70 del 2015, che ha portato sostanzialmente al regionalismo sanitario e alla chiusura razionalizzazione della rete ospedaliera senza che venisse parallelamente attrezzata la sanità territoriale.

E, infine, un definanziamento di 37 miliardi nei dieci anni antecedenti al Covid per quanto riguarda il Fondo sanitario nazionale. Sono tutti e tre elementi che ci portano a dire che tutte queste misure sono state volute dai governi direttamente dal Pd. Penso a D’Alema per quanto riguarda il DM 70 2015 o comunque in un’epoca in cui governava comunque il PD. E, invece, c’è chi accusa la destra di aver massacrato la sanità.

Fuori da scontri politici e di partito, come giudica l’operato di Speranza?

La gestione della pandemia è stata ideologica. Nell’approccio alla pandemia, non abbiamo ascoltato gli scienziati. Il politico, tra i vari posizionamenti scientifici, avrebbe dovuto trovare una linea di sintesi. Non sono state messe in campo diverse azioni come la ventilazione nelle scuole, proposta da Fdi, ridicolizzata dagli altri partiti, ma ora sostenuta dall’Oms.  E voglio dire di più anche sulla gestione del Green Pass.

Noi l’abbiamo sempre detto, mutuando le parole di Anthony Fauci, che è il biologo numero uno al mondo, che i vaccinati potevano contaminarsi, contagiare perché nella mucosa nasale e della bocca non vi erano tracce di immunoglobuline. Questo produceva il fatto che potessero contrarre il virtus. Tant’è vero che di fatto poi i vaccinati sono anche diventati loro stessi dei vettori della pandemia. Perché, appunto, non erano immuni. Invece il green pass è diventato uno strumento di coercizione della libertà.

Ma soprattutto non ha prodotto effetti sanitari perché erroneamente le persone pensavano che, avendo i green pass fossero immuni da qualsiasi malattia, e che quindi potevano dimenticare il distanziamento, il lavaggio delle mani, utilizzare norme di buona igiene che dovrebbero essere, come dire, patrimonio comune comportamentale. Tutto questo ha portato a quel tipo di pandemia e alla mortalità che noi conosciamo.

Il Covid ha rallentato, se non bloccato, la macchina delle visite e degli screening oncologici.

Come si possono recuperare?

La logica di chiusura ha portato sostanzialmente a chiudere tutto. Il fatto che non vi fosse una sanità territoriale attrezzata ha portato purtroppo al sovraffollamento degli ospedali, i quali sono ingestibili. Io ricordo un grido di dolore della società oncologica che ci diceva sempre che uno dei tumori, per fortuna meglio curati, come quello della mammella, diventava causa di morte. Ora  è successo che purtroppo tutte quelle patologie, quindi penso allo screening del colon retto per la diagnosi del tumore del colon retto, la mammografia e tutte le indagini diagnostiche che riguardano queste malattie, sono state bloccate.

Come riuscire a superare questo? Sicuramente con l’immissione e l’aumento della dotazione economica del Fondo sanitario nazionale. E poi è necessario il coinvolgimento degli altri soggetti che possono essere collaterali al sistema sanitario nazionale strettamente inteso. Penso alle farmacie dove può essere eseguita la raccolta del sangue occulto nelle feci in alcune regioni dell’Italia o sfruttare la straordinaria rete delle farmacie pubbliche e private convenzionate può portare a ridurre, diciamo, le liste d’attesa per tutti quegli screening. E questo anche con la telemedicina, che è prevista nella misura sei del Pnr, che potrebbe portare appunto a ridurre enormemente le liste d’attesa. Per quello che riguarda lo screening, molti possono essere fatti a distanza.
Potrebbero servire le 1350 case di comunità che dovrebbero essere attrezzate nel Pnrr. Anche qui la convenzione, con le strutture private convenzionate, potrebbe dare una svolta all’accelerazione nella riduzione delle liste d’attesa.

Dal Covid è emersa un’altra emergenza, una sorta di endemia riguardante la salute mentale.

La mancanza di libertà e quella di vincoli sociali hanno portato all’aumento delle patologie mentali. Questo si evince dall’aumento del consumo di psicofarmaci ma anche, purtroppo, dal numero di suicidi che pare colpiscano le fasce più giovani della società, forse le più fragili. In questo momento, abbiamo presentato degli emendamenti in commissione Sanità, di cui sono segretario, ma anche in Aula, per aumentare la valutazione economica rispetto appunto alla possibilità di consulenze psicologiche e quindi alla cura delle patologie mentali. Che sono silenti ma continuano a colpire tanti italiani, quelli che magari non sono abituati a questo tipo di difficoltà e  vivono in una condizione di formazione. Quindi stare chiusi e non avere legami sociali per un anno o due anni ha determinato una delle gravi patologie del periodo.

La Sezione normativa del Consiglio di Stato ha dato il  via libera con osservazioni allo Schema di decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze (il cosiddetto DM 71), relativo ai “Modelli e standard per lo sviluppo dell’Assistenza Territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale”, necessario per l’attuazione della misura PNRR M6 – C1- Riforma Reti di prossimità strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale. Quali sono i punti critici del dm 71?

Col Dl 71 si vuole attrezzare la rete territoriale. I punti di caduta quali sono? Le 1350 case di comunità, che dovrebbero essere appunto quei centri intermedi di dispensazione di sanità territoriale, evidentemente hanno una falla.  1350 case di comunità significa parametrare queste case ad uno ogni 40.000 abitanti. Significa che tutte le aree interne,  le aree montane e  le aree depresse non avranno la presenza delle stesse case: questa è una prima criticità. Dall’altro lato, non si capisce come verranno finanziate le case di comunità e quindi la sanità territoriale. Mi spiego meglio. Noi istituiamo 1350 casi di comunità con i quattrini del Pnrr ma poi le spese correnti, penso alla luce, al riscaldamento – e sono temi caldi e attuali – la guardiania, le pulizie, il personale come andiamo a finanziarli? Su quali bilanci, comunali o regionali, andranno a pesare? Quindi non è chiaro questo aspetto.

E poi c’è la carenza di medici e personale…

I professionisti sanitari scarseggiano, evidentemente anche per una mancanza di programmazione. Ora non si capisce all’interno di queste case delle comunità quali professionisti andranno incontro a una carenza di medici di medicina generale . E soprattutto mancano le figure come gli infermieri, gli operatori sanitari, che dovrebbero presidiare le case di comunità.

Passiamo a un tema più legato ai farmaci. Nelle varie discussioni in Commissione Sanità sono stati ascoltati diversi pareri, autorevoli, sulla distribuzione diretta o per conto. Lei che ne pensa?

Personalmente ho fatto avviare, in commissione, un’indagine conoscitiva sull’attuazione della legge 405 del 2011. E’ la legge, appunto, che introduce la possibilità di distribuire direttamente i farmaci nelle strutture ospedaliere, nelle farmacie ospedaliere. Quella legge era figlia di una fotografia della governance farmaceutica vecchia di vent’anni e che vedeva i prezzi dei farmaci alle stelle. E su che cosa si basava? Da una parte su un presunto risparmio, dall’altra si registrava una enorme difficoltà nell’accesso al farmaco da parte dei cittadini. Perché le farmacie ospedaliere sono presenti soltanto nei capoluoghi o comunque nelle città più grandi, laddove vi è un ospedale e quindi tutte le persone residenti in aree interne, come ricordavo, ma anche in paesi che non hanno un ospedale, erano costrette ad andare nei comuni capoluogo. L’Ospedale ha invece l’ospedale a reperire il farmaco. Questo provoca che cosa provoca chiaramente la mancanza di compliance farmaceutica, perché se c’è difficoltà di accesso ovviamente quel farmaco non viene preso e quindi ovviamente non vi è una corretta terapia. Bisognerebbe rivedere la governance farmaceutica e pensarla in modo da perseguire un risparmio per il cittadino e uno per le casse pubbliche.

Le grandi case farmaceutiche hanno voglia di investire in Italia. Però lamentano delle lacune. A partire, per esempio, dal ddl concorrenza che potrebbe prevedere il rimborso di farmaci equivalenti prima della scadenza brevettuale. Quindi, dicono le aziende farmaceutiche, sarebbe un duro colpo per la ricerca.

Fondamentalmente l’industria farmaceutica italiana è un asset strategico della nostra nazione. Posso dire anche un un fiore all’occhiello, perché l’Italia, fino allo scorso anno, è stata prima in Europa per fatturato. Parliamo di 32 miliardi di euro. Noi abbiamo superato addirittura la Germania in questo ed è uno di quegli asset che portano i giovani e le menti della nostra nazione a non dover emigrare. Perché non sfuggirà che le persone che collaborano con i dipendenti dell’industria farmaceutica sono laureati in facoltà scientifiche, in chimica e tecnica, farmaceutica, chimica, farmacia, biologia e medicina. E che dei programmi di l’aspirazione di farlo in Italia insieme a tutti gli altri, sono le persone che non dovrebbero emigrare per trovare soddisfazione rispetto al corso di studi svolto.
Un’altra stupidaggine riguarda sostanzialmente il chiedere il 50% dello sforamento dei tetti di spesa del 7,85% del Fondo sanitario nazionale effettuato dalla Regione. E’ una cosa incredibile che con difficoltà riesco a spiegare: perché la Regione sfora, ordina farmaci, li spende,  magari li fa scadere e poi a pagare la metà dei costi è la casa farmaceutica. Mi sembra una una misura da Russia comunista. Sono queste le misure che portano evidentemente l’industria farmaceutica a guardare altrove, insieme oggettivamente ad altri, ad altri fattori come dire negativi che ci sono in Italia, quali il cuneo fiscale e il costo del lavoro. Tutto questo porta evidentemente a rendere l’Italia non più una sede strategica per l’industria farmaceutica.