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Cronici: 24 milioni di malati nel 2028. Tonino Aceti: “Aggiornare patologie del Piano Nazionale”

Report Salutequità sulle patologie croniche in Italia: nel 2028 costeranno 70 miliardi l'anno, più colpiti i piccoli Comuni

“Puntare i riflettori sulla cronicità”. Ecco la parola d’ordine del sesto report “Il Piano Nazionale della Cronicità per l’equità” presentato lunedì 23 novembre da Salutequità, l’Associazione indipendente per la valutazione della qualità delle politiche per la salute. Una mappatura rigorosa di dati sulle patologie croniche in Italia ma anche delle misure predisposte all’interno della Legge di Bilancio 2022 e del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per aumentare il livello di attenzione pubblica sul tema dell’assistenza garantita ai pazienti non Covid-19, a loro volta colpiti indirettamente dalla pandemia negli ultimi due anni. Basti pensare che l’Istat dichiara che a oggi non si è in grado di misurare l’impatto della pandemia sulla salute degli italiani sul lungo periodo. Come anche la Corte dei Conti che parla di danni “poco quantificati” che deriveranno dal peggioramento delle condizioni di salute delle parti più fragili della popolazione per l’impossibilità di mantenere e rispettare gli screening e i tempi per le cure. Alcuni numeri però Salutequità è riuscita a metterli insieme.

“Il Pnrr è una grande opportunità anche per i malati cronici”

A causa della pandemia si sono ridotte infatti di un terzo le visite di controllo e le prime visite per impostare un piano terapeutico. Tra gli over 65 anni i più penalizzati sono coloro che si trovano nella fascia 65-69 anni: è questa l’età in cui ci sono il maggior numero di nuove diagnosi di malattie croniche e l’avvio di nuovi trattamenti farmacologici. E infatti si sono riscontrate riduzioni di prescrizioni per i farmaci per l’osteoporosi (-8,8 punti percentuali), per il diabete (-2,6 punti percentuali) e per gli antipertensivi (-22,3 punti percentuali). “Il Pnrr è una grande opportunità anche per i malati cronici perché prevede investimenti sulle infrastrutture, e quindi per l’hardware – dice a True-News il Presidente dell’associazione Tonino Acetima gli effetti li vedremo tra qualche anno mentre ci sono risposte urgenti che devono arrivare ora”. Per Aceti quella cruciale è “il finanziamento del Piano Nazionale Cronicità”, varato nel 2016 con l’Italia apripista in Europa in questo senso. Lo definisce “il tassello mancante nella strategia messa in campo dal Governo nella Legge di Bilancio 2022. Rappresenterebbe una risposta immediata ai bisogni delle cronicità visto e, se aggiornato, attuato e monitorato, diventerebbe il software della presa in carico delle cronicità”.

Sistema sanitario e malattie croniche: Italia all’avanguardia… in teoria

L’Italia è stato la prima in Europa cinque anni fa a mettere nero su bianco come il Servizio Sanitario Nazionale intende occuparsi delle persone che hanno malattie croniche. Ma solo in alcune zone della penisola è realmente attuato. “Le difficoltà di implementazione nelle Regioni a distanza di 5 anni dipendono anche dalla mancanza di risorse specifiche” spiega Aceti. E anche se “la strada tracciata dalla Legge di Bilancio 2022, che prevede investimenti per la salute, la definizione di Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali e risorse per gli standard dell’assistenza territoriale va nella giusta direzione” per il Presidente di Salutequità è necessario fare di più. A partire proprio da “l’aggiornamento del Piano Nazionale della Cronicità integrando le patologie ricomprese e adeguandolo alle novità intercorse in termini di politiche del personale e modelli organizzativi”.

Malattie croniche, i numeri

In Italia, su una popolazione residente over 18 anni di 51 milioni di persone si stima che oltre 14 milioni presentino una patologia cronica, e di questi 8,4 milioni siano ultra 65enni. Si raggiungono quasi 22 milioni di abitanti con cronicità considerando il totale della popolazione (anche under 18): 8,8 milioni circa con almeno una patologia cronica grave e 12,7 con due o più malattie croniche in tutte le fasi della vita.

Le patologie croniche costano 70 miliardi l’anno

Attualmente si spendono circa 66,7 miliardi per la cronicità e stando alle proiezioni demografiche dell’Istat nel 2028 la cifra dovrebbe salire a 70,7 miliardi di euro. Le proiezioni mostrano anche che, a quell’anno, il numero di malati cronici salirà a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni. Nel 2028 la patologia più frequente sarà l’ipertensione, con quasi 12 milioni di persone affette, mentre l’artrosi/artrite interesserà 11 milioni di italiani; per entrambe le patologie ci si attende 1 milione di malati in più rispetto al 2017. Le persone affette da osteoporosi, invece, saranno 5,3 milioni, 500 mila in più rispetto al 2017. Mentre gli italiani affetti da diabete saranno 3,6 milioni e i malati di cuore 2,7 milioni.

Le differenze territoriali

Dati che devono tenere conto delle differenze territoriali. La prevalenza più elevata di almeno una malattia cronica si registra in Liguria con il 45,1% della popolazione. In Calabria si registra la quota più elevata di malati di diabete, ipertensione e disturbi nervosi, rispettivamente 8,2%, 20,9% e 7,0% della popolazione. Il Molise si caratterizza per la prevalenza maggiore di malati di cuore, il 5,6% della popolazione, la Liguria per quella più elevata di malati di artrosi/artriti, il 22,6%, la Sardegna per la quota maggiore di malati di osteoporosi, il 10,4%, infine la Basilicata spicca per la prevalenza più alta di malati di ulcera gastrica o duodenale e bronchite cronica, 4,5% e 7,7% rispettivamente.

È nei Comuni sotto i 2mila abitanti che si registra la quota più elevata di cronicità, quasi il 45%. Mentre invece nelle periferie delle Città Metropolitane si riscontra la quota più elevata di persone che soffrono di malattie allergiche, il 12,2% della popolazione residente. Come anche vengono notate differenze rispetto alle professioni e alle condizioni socio-economiche. Le categorie maggiormente colpite da patologie croniche sono i disoccupati (alla ricerca di nuova occupazione) e gli autonomi; tra i primi la percentuale di coloro che soffrono di almeno una patologia cronica sono il 36,3%, mentre tra i secondi si attesta al 34,6%.

Una rete di supporto disomogenea

Del resto anche la “rete” a cui appoggiarsi non è omogenea ed è andata diminuendo o cambiando nel corso del tempo: dal 2016 al 2020 sono diminuiti di 736 unità i medici specialisti territoriali. E sono entrati in servizio nel 2020 solo 1.132 gli infermieri di famiglia e di comunità su 9552, l’11,9% delle previsioni del decreto Rilancio. E ancora: le misure di rafforzamento territoriale non hanno coperto il fabbisogno di assistenti sociali (63 su 597 di cui 58 concentrati nelle USCA del nord ovest) e psicologi (129 su 597 previsti, di cui 125 nel sud ed isole). A questo si aggiunga che tra il 2009 e il 2019 si è ridotto il numero assoluto di Medici di medicina generale (MMG) di 3781 unità. Riduzione anche per i Pediatri di Libera Scelta (PLS) di 287 unità nello stesso arco temporale. Sono invece 19.331 le farmacie territoriali (pubbliche e private) nel 2019, una ogni 3.219 abitanti.

I fattori di rischio

I dati mostrano divergenze anagrafiche e di genere anche tra i principali fattori di rischio comportamentali implicati nell’insorgenza delle patologie croniche e/o nel carico di malattia che queste comportano: differenze statisticamente significative a favore delle donne nell’esposizione (attuale e pregressa) al fumo di sigaretta e nel consumo di alcol: fra gli adulti di 18- 69 anni fumano abitualmente il 30% degli uomini, contro il 22% delle donne, e risultano ex fumatori il 22% degli uomini, contro il 13% fra le donne; fanno un consumo di alcol a rischio per la salute, per quantità e/o modalità di assunzione (consumo abituale elevato oltre i limiti indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità, o binge drinking, o consumo prevalentemente o esclusivamente fuori pasto) il 22% degli uomini, contro il 12% delle donne. Anche le differenze di genere nell’obesità, seppur contenute, sono minori tra le donne, con una prevalenza di obesità leggermente più bassa rispetto agli uomini, ma statisticamente significativa (10% rispetto all’11% negli uomini). L’inattività fisica è fra i fattori di rischio comportamentali l’unico che agisce a sfavore delle donne che risultano ovunque in Italia più sedentarie degli uomini.