Future Lo stato comatoso delle startup italiane

Lo stato comatoso delle startup italiane

Sono poche quelle che riescono a crescere. Ancora meno quelle che riescono a imporsi al di fuori del Paese, allargandosi all’estero. La scena delle startup innovative e tecnologiche italiane presenta problemi e segni di arretratezza da tempo, specie se paragonata a quella britannica o tedesca (che ha in Berlino un hub notevole). Il confronto migliore – e più crudele – è forse quello con la Francia, dove la Tibi Initiative, con cui il governo ha voluto puntare sul settore. Nonostante la pandemia, insomma, la manovra ha iniettato quattro miliardi di euro in decine di imprese. Con ottimi risultati, peraltro, creando 200 scaleup.

Le scaleup? Solo trenta

Per scaleup si intende un tipo di startup che ha già superato le prime fasi di sviluppo (la ricerca del business model innanzitutto) per potersi concentrare sulla crescita. In Italia, secondo Business Insider, abbiamo avuto invece 400 milioni di euro per sole trenta scaleup.

Lo stato delle startup nostrano è stato raccontato recentemente anche dal Mulino, in un articolo di Adam Arvidsson e Vincenzo Luise, in cui si spiega come le startup italiane abbiano vita breve e siano piene di debiti. Colpa di un’economia e di una cultura poco propensa al rischio, oltre che alla mancanza di liquidità delle imprese. Tra le 100 “migliori neoimprese innovative” raccolte nel 2018 da Startup Italia, esattamente un terzo (33) erano in perdita di almeno mezzo milione di euro.

I problemi nostrani

L’Italia è fanalino di coda nel numero di posti lavoro creati dalle startup, oltre che per il livello di internazionalità. Basta osservare il panorama nostrano delle startup per individuare i grandi mali che interessano l’Italia, anche al di fuori delle imprese innovative: un’economia stagnante e periferica, poco attenta alle nuove idee. Idee che, peraltro, ci sono. Esistono anche startup interessanti e con potenziale, ma vengono sempre azzoppate dalla mancanza di capitali o l’incapacità di comunicare il proprio prodotto. È quello che chiamano “startup culture”, che in un Paese in cui le startup esistono solo come parola vuota da usare in campagna elettorale.

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