Con troppa esterichia coli no al bagno in mare: per quale motivo?

Esterichia coli oltre i limiti? Scatta il divieto di fare il bagno in mare. Ecco per quale motivo e il perchè delle analisi

Nel riminese, causa l’alta presenza del batterio di esterichia coli, è stato varato un divieto di balneazione in 28 tratti di costa. Ma cosa significa un’alta concentrazione di esterichia coli per il bagno in mare? Cosa può provocare?

Con troppa esterichia coli no al bagno in mare: per quale motivo?

L’Escherichia coli è un batterio che si trova normalmente nell’intestino degli esseri umani. I suoi filamenti sono di solito inoffensivi, ma alcune varietà possono causare malattie anche gravi.

Generalmente si prendono questi batteri consumando cibi crudi contaminati, ma è possibile entrare in contatto con questi batteri anche via acqua, nello specifico in mare. (in primis se questa è contaminata ad esempio da feci infette). Tra i sintomi che possono causare, ci sono in primis crampi e diarrea ma possono comportare anche febbre e vomito. Il periodo di incubazione è tra i 3 e gli 8 giorni e, normalmente, dopo 10 giorni si arriva ad una guarigione.

L’Esterichia coli è un batterio che spesso viene utilizzato per stabilire la qualità idrica e della stessa acqua di mare. Se l’esterichia coli viene trovato in eccesso dopo alcune analisi, scattano i divieti di fare il bagno come accaduto nel riminese.

La direttiva europea

Ma cosa dice la normativa europea in proposito? La “direttiva balneazione”, nello specifico, è un atto legislativo dell’Unione europea che ha imposto agli Stati membri di adottare le misure necessarie per garantire la salute e la sicurezza dei bagnanti che si recano nelle spiagge.

Direttiva che è stata poi recepita anche in Italia.

La norma di riferimento, in particolare, stabilisce che i criteri su cui valutare la qualità delle acque siano due: la presenza al di sopra di certe soglie di Escherichia coli e di Enterococchi intestinali. Le rilevazioni devono essere, durante la stagione balneare, almeno mensili e gli Stati sono poi obbligati a comunicare i risultati delle analisi entro il 31 dicembre alla Commissione europea, che elabora attraverso l’Agenzia europea dell’ambiente ogni anno un report sia per l’Unione che per i singoli Paesi.