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Recovery Plan, che regali ai palazzinari degli studenti

I primi tre anni? Paga lo Stato. Tassazione? Come l'edilizia sociale. Chi costruirà studentati privati farà affari d'oro grazie al Recovery

Obiettivo? 100Mila posti letto entro il 2026. Contro i 40mila attuali. Eccolo il capitolo del Recovery Plan dedicato a creare “un’architettura innovativa ed originale” per l’edilizia universitaria. Con lo scopo di “incentivare la realizzazione, da parte dei soggetti privati, di nuove strutture di edilizia universitaria attraverso la copertura anticipata, da parte del MUR, degli oneri corrispondenti ai primi tre anni di gestione delle strutture stesse”. Significa che se lo studente fuorisede vuole andare a vivere in uno studentato privato, i primi tre anni li paga lo Stato. Nella speranza che l’universitario di turno rimanga in regola con gli esami, almeno per la laurea breve.

Tassazione? Come per l’edilizia sociale

Se non bastasse, il “supporto della sostenibilità degli investimenti privati” sarà garantito da un “regime di tassazione simile a quello applicato per l’edilizia sociale” che “però consenta l’utilizzo flessibile dei nuovi alloggi quando non necessari l’ospitalità studentesca”. Tradotto: gli affitti degli studenti universitari trattati a livello di tassazione come le case popolari pubbliche e quelle in housing sociale private. Primo punto. Ma a ben guardare anche gli affitti che non siano degli studenti universitari ma per esempio dei cosiddetti “city users” in gergo: manager che vengono una volta ogni tanto in città per fare affari; turisti; famiglie che si spostano per curarsi in un sistema che ritengono migliore. Che cosa si chiede in cambio a costruttori e immobiliaristi di studentati e simili? L’adeguamento “degli standard per gli alloggi, mitigando i requisiti di legge relativi allo spazio comune per studente disponibile negli edifici in cambio di camere (singole) meglio attrezzate”. Così recita il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Coima, Hines, The Student Hotel: affari d’oro

Chi ci guadagna? Di certo chi sta costruendo, o ha già costruito, residenze universitarie e che nell’anno della pandemia ha visto la fuga degli studenti dalle città, pur di fronte a un aumento in alcuni casi delle immatricolazioni da remoto, come nel caso del Politecnico di Milano. È quel segmento del mercato real estate – lo “student housing” – che attrae capitali da tutto il mondo perché offre garanzie di rendimento e solvibilità del “cliente”. Qualche nome? Coima di Manfredi Catella che ha in programma di realizzare sullo scalo ferroviario dismesso di Porta Romana il Villaggio degli Atleti per le Olimpiadi invernali del 2026 da convertire, guarda caso, in residenze universitarie una volta conclusa la manifestazione a cinque cerchi. O ancora: la multinazionale americana Hines guidata in Italia dal manager Mario Abbadessa che punta molto su gli “studentati dei vipin zona Bocconi a Milano. Oppure The Student Hotel, il colosso europeo di settore fondato da Charlie MacGregor che offre soluzioni di residenzialità per universitari, “giovani creativi”, “nomadi digitali”. Lo slogan? “Molto più di un semplice hotel”. I prezzi? Anche 800 euro a stanza per un mese di alloggio alla Bolognina nel capoluogo emiliano, a Firenze o nel quartiere San Lorenzo di Roma che aprirà nel 2023. Non male per un “regime di tassazione simile a quello applicato per l’edilizia sociale”. Come si dice? Paga Pantalone.