Perché rischiamo di essere travolti da auto elettriche asiatiche

Altro che rischio di una possibile “invasione” di auto elettriche cinesi. L’allarme comprende anche Corea del Sud e Giappone.

La decisione di Bruxelles di mettere al bando i veicoli con motore a diesel, benzina o Gpl ha acceso i riflettori sulle auto elettriche. Da qui ai prossimi anni, le strade dell’Europa saranno attraversate sempre di più da vetture non inquinanti ma, con ogni probabilità, prodotte oltre i confini del Vecchio Continente. La sensazione è che saranno i Paesi asiatici a sprigionare tutta la potenza di fuoco delle loro Case automobilistiche e aziende annesse.

E non solo perché l’auto elettrica è, già da tempo, appannaggio di brand cinesi, giapponesi e coreani. Ma anche perché in Oriente si segnalano movimenti economici da tenere sotto controllo.

La mossa di Honda

Trenta modelli elettrici in dieci anni. La giapponese Honda è pronta a lanciare una vera e propria rivoluzione nel mercato dell’automotive. E lo farà con un maxi investimento iniziale dal valore di 37 miliardi di euro che toccherà la produzione giapponese e le fabbriche cinesi situate a Canton e Wuhan.

Tutte, va da sé, riadattate alla nuova strategia del noto marchio nipponico, interamente green.

Honda ha stretto una partnership con General Motors per sfornare due veicoli per il mercato Usa entro il 2024, oltre ad una piccola auto elettrica. Ed è pronta pure a prendersi le fette del mercato europeo, Italia compresa. Dove, tra l’altro, il brand ha visto un promettente incremento nei contratti nonostante una penalizzazione burocratica di fondo con cui fare i conti.

Vincenzo Picardi, direttore comunicazione di Honda Italia, citato dal Corriere della Sera, ha spiegato che nel nostro Paese vige infatti una regola che prevede “che l’immatricolazione debba essere fatta entro 180 giorni dalla firma del contratto per poter ottenere gli incentivi”.

Cina, Giappone e Corea del Sud

Altro che rischio di assistere ad una possibile “invasione” di auto elettriche made in China. L’allarme è ben più vasto e comprende anche, o forse sarebbe meglio dire soprattutto, Corea del Sud e Giappone.

Sono questi ultimi due Paesi, del resto, ad aver fatto breccia nel mercato europeo già con le auto a benzina e diesel. Da Kia a Hyundai, da Suzuki a Honda, le auto sudcoreane e giapponesi sono riuscite a ritagliarsi un buono spazio. Basta dare un’occhiata ai numeri nudi e crudi.

Nel novembre 2021, secondo le elaborazioni di Jato Dynaics i marchi automobilistici cinesi rappresentavano il 45% delle vendite globali, anche se la quota si riduceva al 15% considerando l’intero mercato delle autovetture.

Il motivo è semplice: la maggior parte di questi veicoli venivano (e vengono ancora oggi) venduti in Cina. Ma, adesso che la tendenza si sta invertendo, la quantità di quattro ruote made in China non potrà che incrementare a dismisura.

Un affare asiatico

Nel 2021 le esportazioni globali di veicoli elettrici (EV) dalla Cina hanno toccato quota 555.041 unità, il 40% delle quali (più di 222mila) assorbite dal Vecchio Continente (numeri del think tank tedesco Merics).

Se, però, facciamo un passo indietro, possiamo notare come l’affare delle auto elettriche in Europa è, già da tempo, un affare pressoché in mano ad aziende e società asiatiche. Per giunta non necessariamente cinesi.

Se consideriamo il mercato globale delle batterie elettriche, fondamentali per far funzionare gli EV, la tendenza sopra spiegata è ancora più marcata. Nel 2018, ad esempio, la cinese Contemporary Amperex Technology dominava la classifica con una quota pari al 23% del mercato.

Alle sue spalle trovava spazio la giapponese Panasonic (22%), un’altra cinese, BYD (12%), la sudcoreana LG Chem (7%) e così via in un tripudio di brand orientali. Ricordiamo, inoltre, che la LG Chem produce batterie per Audi, Volvo, Renault e Daimler, ormai dal 2018, in una fabbrica situata in Polonia. E che Samnsug SDI controlla uno stabilimento in Ungheria, mentre SK Innovation aveva annunciato un super investimenti di oltre 1,5 miliardi di euro per costruire due stabilimenti non distanti da Budapest.