Il dossier energetico di Draghi è già carta straccia

Il dossier energetico di Draghi rischia già di trasformarsi in carta straccia, tra errori di valutazione e problemi non preventivati

Perché questo articolo potrebbe interessarti? Le criticità del piano Draghi iniziano ad apparire evidenti. L’Italia avrebbe dovuto sostituire le importazioni di gas russo con altri fornitori. In Algeria si parla da mesi di non meglio specificati problemi che potrebbero ridurre l’apporto di Algeri alla causa italiana. Il Qatar ha appena firmato un maxi accordo con la Cina. Gli Stati Uniti devono onorare anche altri clienti. E Roma farebbe bene ad interrogarsi sul futuro per scongiurare brutte sorprese.

Il piano energetico di Mario Draghi rischia già di trasformarsi in carta straccia. La scorsa primavera, il “governo dei migliori” spiegava di aver trovato partner adatti con i quali sostituire le importazioni di gas russo. La diversificazione delle catene di approvvigionamento energetiche italiane sembrava cosa fatta. Grazie all’apporto di Qatar, Algeria, Stati Uniti e altri jolly nel cassetto, Roma avrebbe dimenticato per sempre le risorse provenienti da Mosca.

A distanza di pochi mesi stanno tuttavia emergendo molteplici criticità.

Che, oltre a rimettere in discussione gli annunci ottimistici di Draghi, fanno emergere comprensibili preoccupazioni per il futuro. Se così fosse, il nuovo governo di centrodestra dovrà rimettere mano al dossier energetico per capire come e dove intervenire.

Il caso dell’Algeria

In base all’accordo tra l’algerina Sonatrach e l’italiana Eni, l’Algeria dovrebbe inviare altri 9 miliardi di metri cubi di gas all’Italia entro il prossimo anno e nel 2024.

In aggiunta, va da sé, ai 22,5 miliardi di metri cubi, provenienti da Algeri, e già destinati verso Roma attraverso il gasdotto Transmed.

“Questo accordo è una risposta significativa all’obiettivo strategico di ridurre la dipendenza dell’Italia dal gas russo”, spiegava Draghi al termine di un incontro con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune. “Ce ne saranno altri”, prometteva il premier italiano.

Insomma, gli algerini avrebbero dovuto sostituire i russi come primi fornitori di gas dell’Italia.

Ma in estate, poco dopo l’intesa raggiunta, ecco le prime incertezze. Lo scorso giugno il sistema Transmed, che collega l’Algeria e l’Italia, non funzionava a pieno regime. Il Paese africano ha iniziato a fare i conti con problemi di produzione.

Negli ultimi anni il Paese non ha investito in nuove infrastrutture per aumentare la produzione. Il sito algerino Algerie Part, smentito da Eni, ha scritto che Sonatrach avrebbe problemi a rispettare gli impegni siglati con la controparte italiane.

In mezzo a mille dubbi, la pista algerina prosegue.

Il Qatar guarda altrove

L’altra grande scommessa lasciata in dote da Draghi si chiama Qatar. Lo scorso febbraio il premier ha ricevuto a Palazzo Chigi il vice primo ministro e ministro degli Esteri qatariota, Mohammed Al Thani. Chiaro l’obiettivo: incrementare le esportazioni di gas naturale dirette da Doha all’Italia, al momento ferme al 10%.

Anche questa strada sembrava in discesa, eppure ecco un’altra doccia gelata.

Nelle ultime Qatar Energy ha firmato un accordo per la fornitura di gas naturale liquefatto (Gnl) alla cinese Sinopec. Si tratta dell’accordo più lungo mai stipulato nella storia degli accordi di Gnl.

Mentre l’Italia sperava di rosicchiare un po’ di gas in più dal Qatar, la Cina riceverà, per i prossimi 27 anni, quattro milioni di tonnellate di Gnl all’anno dal governo qatariota. In altre parole, Pechino ha bruciato l’intera Unione europea, assicurandosi una preziosa commessa.

Anche perché la Germania e gli altri Paesi europei preferiscono non firmare accordi a lungo termine. Gli stessi che, al contrario, vorrebbe stipulare Doha.

Le criticità del piano Draghi

Le criticità del piano Draghi iniziano ad apparire evidenti. Ricapitolando: l’Algeria e il Qatar, ovvero due dei fornitori principali che dovrebbero sostituire la Russia, potrebbero dare un apporto energetico minore del previsto. Algeri per i suddetti problemi infrastrutturali, Doha perché attratta dai più succulenti contratti asiatici.

Restano gli Stati Uniti, ma anche l’opzione Washington presenta incertezze. A marzo il New York Times faceva notare che gli esportatori statunitensi stavano già operando al massimo della loro capacità produttiva. E che dovevano onorare contratti di fornitura con altri clienti. Ai quali dovrebbero sottrarre quote di esportazioni per dirottarle verso i Paesi europei.

Tra le scommesse vagliate da Roma troviamo Congo, Angola e Mozambico. Ma parliamo, appunto, di scommesse. In alcuni casi (Congo), infatti, non esistono infrastrutture adeguate che possano portare eventuale gas in Italia. In Angola, così come in Mozambico, non ci sarebbero giacimenti di gas, se non associati ai campi petroliferi e di pessima qualità.

Appare quanto mai evidente come il gas naturale – ma più in generale le risorse energetiche – non debba essere considerato un rubinetto che da aprire all’evenienza, dall’oggi al domani, con la semplice firma di un accordo.