Live

Il G7 2021 in Cornovaglia partorisce la “global minimum tax”: ecco le basi per l’accordo

Tassa minima del 15%, applicata Paese per Paese, non più vincolata al domicilio fiscale di una multinazionale. Se ne è parlato al G7 2021

In occasione del G7 del 5 giugno scorso, tenutosi a Londra sotto la presidenza britannica, si è finalmente giunti ad un accordo per l’imposizione di una tassa minima globale sulle grandi multinazionali. Il risultato ottenuto può essere considerato una vera e propria svolta epocale che porterà, come da tempo auspicato, una maggiore equità globale nella tassazione delle grandi aziende, nonché consentirà ai Governi di finanziare i programmi di spesa per rilanciare l’economia, in considerazione dell’attuale periodo post-pandemia.

Global Minimun tax al 15% per le multinazionali: la proposta del G7 2021

Senza dubbio, un contributo fondamentale è stato apportato dalla riforma fiscale avviata dall’amministrazione di Biden, con la quale è apparso sempre più concreto il raggiungimento di un accordo a livello internazionale. La proposta statunitense, presentata in occasione del G20 di aprile, si era già sostanziata nella cd. “global minimum tax”, appunto una tassazione comune minima del 21 per cento sui profitti realizzati all’estero da qualsiasi multinazionale, al fine di arginare la competizione fiscale e la corsa ai paradisi fiscali. A seguito della riunione dei “Sette” si è convenuto per una tassazione minima del 15 per cento, applicata Paese per Paese e, dunque, non più vincolata al luogo in cui la multinazionale ha stabilito il proprio domicilio fiscale. La proposta precedentemente presentata dagli Stati Uniti era più ambiziosa, considerata l’aliquota prospettata; tuttavia, si può comunque contare su un buon punto di partenza condiviso. Si tratta di un passo storico, in quanto l’adozione di una tale misura nel contesto globale consentirà di arginare un fenomeno molto diffuso tra le multinazionali, vale a dire quello dell’elusione della tassazione dei profitti realizzata attraverso lo spostamento di capitali e sedi nei cd. paradisi fiscali, caratterizzati da un livello di tassazione particolarmente bassa.

Dumping fiscale, la pratica odiata dagli Stati

Il vantaggio in queste operazioni è quasi sempre stato reciproco: infatti, la convenienza si riscontra anche per Paesi off-shore e gli Stati che consentono rilevanti vantaggi fiscali, considerato che gli stessi non ospitano quasi mai impianti produttivi e non hanno un mercato di grande portata. Mediante questo sistema di dumping fiscale, dunque, le risorse che spetterebbero alle casse degli Stati rimangono in realtà nelle tasche degli azionisti. L’attuazione della tassazione minima del 15 per cento, inoltre, renderà difficile il trasferimento degli utili. Infatti, i più grandi gruppi multinazionali, con margini di profitto di almeno il 10 per cento, vedranno il 20 per cento di tutti gli utili oltre tale soglia riallocato e tassato nei Paesi dove vendono i loro prodotti o servizi.

Nuova tassa G7, i vantaggi fiscali per l’Italia

Considerando il caso specifico dell’Italia, la riforma permetterà di recuperare 8-10 miliardi di dollari l’anno dalle multinazionali italiane che spostano parte dei loro profitti nei paradisi fiscali. Tuttavia, sono ancora parecchi i nodi da scogliere, nonostante la chiara intenzione a livello internazionale di giungere all’effettiva applicazione della corporate tax, così come è stata delineata. Primo fra tutti, resta da definire con precisione la base imponibile e la sua distribuzione nazionale; a seguire, resta ancora centrale la questione in merito alla misura dell’aliquota. In particolare, si pone un problema di allineamento tra l’aliquota per la global minimum tax e l’aliquota minima delle imposte personali, che in molti paesi OCSE si attesta a livelli pari al 25 per cento. In tal senso, dunque, si continua ad auspicare un innalzamento dell’aliquota, sulla scia di quanto inizialmente ipotizzato dagli Stati Uniti.

Web tax europea in bilico?

Da ultimo, è da considerare che l’adozione della tassazione sulle multinazionali comporterà inevitabilmente la rinuncia alla web tax, essendo stata posta, tale eliminazione, soprattutto dagli Stati Uniti, come condizione decisiva dell’accordo. Proprio tale ultima questione induce ad un’attenta valutazione sulla convenienza dell’operazione, considerando che, nel caso del nostro Paese, la web tax dovrebbe portare ad un gettito pari a 587,6 milioni di euro, ma, al contempo, l’introduzione della tassazione minima globale consentirebbe di incassare risorse da giganti appartenenti anche a settori diversi dal digitale.

Si attendono, dunque, i prossimi sviluppi in vista del G20 di luglio a Venezia, dove si discuterà in maniera concreta sul raggiungimento di una effettiva azione comune a livello internazionale

*articolo a cura dell’Avvocato Gianpaolo Sbaraglia e della Dottoressa Mariasole Iorio, Studio legale ACTA