Draghi sale al Colle ma non arriva allo Spazio

Con Draghi l'Italia ha fatto passi indietro nel suo impegno nella ricerca aerospaziale. E le risorse del Pnrr le gestirà un ente terzo

Mario Draghi vuole ergersi dal Colle più alto della Repubblica come capo dello Stato dopo l’imminente voto sul Quirinale, ma c’è un dossier strategico del suo governo che contraddice il “sogno verticale” dell’ex governatore di Banca d’Italia e Bce. Stiamo parlando della questione dello spazio. Partita fondamentale in un settore che vede l’Italia avere, in potenza, uno dei migliori cluster industriali e alcune vere e proprie eccellenze produttive (si pensi ad Avio o alle attività di Leonardo) ma in cui Roma ha rinunciato a svolgere un ruolo chiaro durante tutta la fase del nuovo esecutivo.

Nel quale, anzi, si è assistito a un vero e proprio passo indietro dopo le pur interlocutorie gestioni dei governi Gentiloni, Conte I e Conte II.

L’Italia delega la space economy all’Agenzia spaziale europea

Il fatto che i denari del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) dedicati alla space economy e alla ricerca in campo spaziale siano stati dall’Italia consegnati, chiavi in mano, a un attore terzo come l’Agenzia spaziale europea (Esa) la dice lunga sulle reali possibilità avute dal governo Draghi per “trasformare” il sistema-Paese.

Il governo dei Migliori non ha, in fin dei conti, potuto averla vinta nemmeno su notai, concessionari balneari e potentati costituiti, come ogni altro esecutivo precedente, ed è logico che abbia scontato i limiti di capacità operativa e potenziamento delle pubbliche amministrazioni anche nel quadro della capacità progettuale dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) per mettere in campo i progetti principali.

Fondi per 1,4 miliardi di euro dirottati verso Esrin

Fondi dal valore di circa 1,4 miliardi di euro per i programmi di osservazione della Terra e per il trasporto saranno affidati a Esrin, il direttorato dell’Esa che ha sede a Frascati, appena fuori i perimetri di Roma e che dal 1° gennaio prossimo sarà guidato da Simonetta Cheli.

Il prezzo che lo Stato italiano pagherà è il 6% sul totale delle risorse. Circa 84 milioni che dopo essere entrati nelle casse dello Stato escono dalle tasche degli italiani per pagare il servizio. L’operazione copre attività di Osservazione della Terra per 1070 milioni di euro più 217.5 milioni per gli sviluppi del Vega. Di questi 880 sono di provenienza Pnrr e il resto su fondi nazionali: il Ministro della Transizione Digitale Vittorio Colao, che ha ricevuto nel 2021 le deleghe allo spazio dal primo titolare Bruno Tabacci, ha delegato completamente a Esrin, e dunque a un’organizzazione terza fuori anche dal perimetro comunitario dell’Unione Europea, la selezione dei contratti potenzialmente finanziabili e assumendo anche la responsabilità del loro controllo in fase di realizzazione; questo per avere la certezza di una gestione trasparente, rapida e, soprattutto, capace di rispettare i tempi di esecuzione previsti dal Pnrr.

Un passo indietro rispetto agli ultimi anni

Intendiamoci: Esa e Esrin svolgono un lavoro importante e rappresentano presidi di eccellenza tecnologica e operativa. E in ogni caso siamo certi che la quota di ricerca presidiata da attori nazionali, assieme ai relativi dividendi industriali, possa esser vigilata. Il Comitato interministeriale per le politiche relative allo Spazio e alla ricerca aerospaziale, decidendo in questo modo a metà dicembre, ha però mandato un messaggio politico in controtendenza con una prassi che ha visto negli ultimi anni Roma assurgere a potenza spaziale, aprendo alla partecipazione al programma Artemis, studiando la conversione a lanciatore della portaeromobili “Garibaldi”, movimentando una serie di Pmi vivaci nel settore.

Roma esternalizza e sceglie di non giocare questa partita, mostrando la fragilità della sua fibra statuale di fronte a una partita tanto calda.

L’Agenzia spaziale italiana non riesce a stare al passo

Lasciando esplicitamente intendere che il suo apparato ministeriale e l’Asi non sono in grado di stare al passo della strategia italiana dello Spazio, che in totale impegna 4,5 miliardi di euro, Colao ha reso evidente il punto di caduta principale dell’agenda Draghi, migliore nell’organizzare cordate di potere e apparati dotati di specifiche competenze piuttosto che di disegnare presunte palingenesi statuali impossibili, oggigiorno, nel solco ristretto del sistema-Paese dell’era pandemica.

Come fatto con la gestione dei servizi di Vodafone quando era amministratore delegato, come prescritto nella sua agenda consegnata a Giuseppe Conte per studiare la ripartenza dell’Italia dopo la prima ondata e come attestato con la gestione di diversi dossier sul cloud e la transizione digitale Colao vede nell’esternalizzazione dei servizi e nel parallelo abbattimento di costi e responsabilità la via d’uscita ai problemi politico-strategici che si pongono nella gestione di grandi progetti.

Tra il 2014 e il 2020, la sola Unione europea ha investito circa 12 miliardi di euro in attività spaziali e, anche grazie a tali investimenti infrastrutturali, oggi gestisce sistemi spaziali come Copernicus Egnos e Galileo. Mostrarsi non capaci di essere all’altezza di Francia, Germania e, fuori dall’Ue, Regno Unito può depotenziare le prospettive italiane in questo periodo.

Agenzia spaziale e Pnrr: uno spartito già visto

Ma del resto il problema dello spazio è, a livello generale, quello dell’intero Pnrr, che si affida eccessivamente all’attività di supplenza, dichiarata o meno, di terzi. Per lo spazio è l’Esa, per molti progetti saranno i grandi gruppi prime contractor: WeBuild, Eni, Enel, Leonardo e via dicendo, aziende capaci di avere una potenzialità programmatica di cui lo Stato è tuttora carente rispetto ai fasti del passato. Il combo tra esternalizzazione e “modello Genova” per le opere commissariate da sbloccare è stato adottato anche dal cosiddetto governo dei Migliori. E Draghi, assieme a un Colao dato in pole come suo sostituto in caso di elezione al Colle, sullo spazio fa oggettivamente una magra figura. Il cui peso politico è addirittura maggiore rispetto alla pur fondamentale perdita di fondi a disposizione che l’Italia ha, in sostanza, certificato.