La giudice per le indagini preliminari Sara Cipolla ha archiviato l’accusa di aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. Il provvedimento conclude due importanti fascicoli riguardanti Elena Altamira, 69 anni, malata terminale di cancro, e Romano N., 82 anni, affetto da grave Parkinson, entrambi accompagnati da Cappato in Svizzera per accedere legalmente al suicidio assistito tra l’agosto e il novembre del 2022. All’origine della decisione, la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura di Milano, dopo le sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione che hanno esteso il concetto di “sostegno vitale”.
Il contesto giuridico: sentenze e interpretazioni
Il provvedimento della gip Cipolla fa riferimento alla sentenza numero 66 del 2025 della Corte costituzionale. La Consulta ha chiarito che la nozione di sostegno vitale non riguarda solo i pazienti già attaccati a macchinari, ma anche quelli per cui siano stati previsti trattamenti ritenuti necessari per la sopravvivenza — come nuovi cicli di chemioterapia o alimentazione artificiale (Peg). Per entrambi i pazienti, tali trattamenti sono stati rifiutati “in quanto inutili, espressivi di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuti non dignitosi secondo la propria sensibilità e percezione”. Costringere una persona ad un trattamento invasivo solo per poter poi esercitare il diritto di interromperlo viene considerato dalla Consulta un “paradosso giuridico e sanitario”.
I casi di Elena e Romano
Elena, residente a Spinea (Venezia), aveva contattato l’Associazione Luca Coscioni dopo la diagnosi di microcitoma polmonare avanzato: in un video aveva dichiarato “Sono sempre stata convinta che ogni persona debba decidere sulla propria vita e sulla propria fine, liberamente e senza imposizioni. Avrei preferito morire nella mia casa, con le mani di mia figlia e di mio marito. Purtroppo non è stato possibile, quindi ho dovuto venire qui da sola.” Il caso di Romano, giornalista milanese, è stato segnato dalla sofferenza dovuta a un Parkinson avanzato: “Ho iniziato ad informarmi sulle possibilità di organizzare il mio fine vita nel modo più dignitoso possibile” scriveva, spiegando il timore di mettere a rischio i cari “con vicissitudini giudiziarie” e reclamando il diritto a una fine libera e dignitosa.
I medici avevano previsto per Elena un ciclo aggiuntivo di chemioterapia e per Romano una Peg per alimentazione artificiale. Entrambi hanno scelto di rinunciare a queste opzioni, ritenute inutili e rappresentative di accanimento terapeutico. Nel 2023 la procura aveva sostenuto che anche “nei casi in cui il paziente rifiuti trattamenti che rallenterebbero il processo patologico ma sarebbero espressivi di accanimento terapeutico”, il supporto fornito non può essere considerato penalmente rilevante. La gip ha accolto questa impostazione, sottolineando il ruolo del consenso informato come garantito dalla legge e dalla giurisprudenza costituzionale.
Le parole di Marco Cappato
La vicenda riaffiora il tema dell’assenza di una legge nazionale sul fine vita: secondo Cappato, questa carenza costringe malati e familiari ad azioni giudiziarie nelle quali si riaffermano principi già iscritti nella Costituzione, come la libertà personale e la dignità. La decisione della gip rappresenta “una conferma della legittimità delle iniziative intraprese per garantire diritti già riconosciuti”. Resta aperto, secondo quanto dichiarato anche dagli inquirenti, un dibattito giuridico e sociale che richiede ulteriori chiarimenti legislativi per venire incontro alle esigenze delle persone in condizioni simili a quelle di Elena e Romano.
