Home Economy Confindustria, tutti contro tutti: l’istituzione è ormai al tramonto?

Confindustria, tutti contro tutti: l’istituzione è ormai al tramonto?

Confindustria

Perché leggere questo articolo? Confindustria è in crisi perché al suo interno prevale la logica politica su quella azienda. Ritratto di un’organizzazione che sembra essersi smarrita.

Confindustria prima del problema del suo futuro presidente deve decidere di risolvere quello del suo futuro tout court. Sono questi i punti chiave che Viale dell’Astronomia deve risolvere in sostanza tra fine 2023 e 2024 mentre il quadro per l’associazione di categoria degli imprenditori è desolante.

Confindustria, il tramonto dell’era Bonomi

In primo luogo, Confindustria vive lotte intestine strutturali. Molto “confederazione” e poco “industriale”, l’associazione paga sicuramente la problematica fine della gestione di Carlo Bonomi. Il presidente uscente è incorso in una serie di scivoloni. Due quelli ritenuti molto gravi. Il primo e più vistoso, il flop della corsa alla presidenza dell’Università Luiss dopo aver dovuto ammettere di non essere in possesso di una laurea. Ma anche l’emersione di una lotta intestina ha mostrato la fragilità di un’associazione ove spesso i panni sporchi venivano lavati in famiglia.

Bonomi è arrivato a cacciare la direttrice generale del sindacato degli imprenditori Francesca Mariotti, che si è duramente opposta al licenziamento della capa della Comunicazione Alessia Magistroni. Mariotti è stata sostituita da una figura poco tradizionalmente associata ai ruoli dirigenziali degli imprenditori: l’ambasciatore Raffaele Langella, già a capo dell’area internazionale di Confindustria, ora chiamato a rasserenare un’anima collettiva già tesa per diverse problematiche strutturali.

Forte nei territori, debole a Roma: il dilemma di Confindustria

In secondo luogo, a essere in difficoltà è oggigiorno la Confindustria nazionale: l’assenza pressoché totale di confronto col governo Meloni mostra un declino di rappresentanza da parte di quella che dovrebbe essere la voce degli imprenditori. Sulla manovra Bonomi è andato praticamente a traino delle dichiarazioni apparse sulla stampa e dalle pensioni all’industria, passando per il taglio del cuneo fiscale, non è stato praticamente interpellato su nessuna misura.

Questo va in controtendenza con un radicamento che sezioni locali di Confindustria, più vicine al mondo della produzione concreta, mantengono. A Torino, ad esempio, la locale Confindustria da due anni si coordina con Comune e Regione per dare una visione industriale alla città sotto la Mole dopo la globalizzazione di Fiat puntando su Difesa, sicurezza e aerospazio. A Milano Assolombarda rimane un ente riconoscibile e a Bergamo prende piede sempre più l’esperienza del Kilometro Rosso. Tutto questo mentre in Emilia Romagna le sezioni di Confindustria svolgono un ruolo attivo da Bologna a Ravenna, dalla nascente Data Valley all’oil&gas.

La matrice identitaria

Questo dato di fatto mostra quello che dalle parti di Viale dell’Astronomia è ritenuto il vero vulnus dell’associazione. Ovvero la matrice identitaria di Confindustria, terza e ultima questione. Forse la più importante. Gli imprenditori che si interfacciano con la Confindustria nazionale si trovano di fronte a un’idra trasversale che difficilmente riesce a trovare posizioni unitarie.

Nominalmente, ad esempio, i grandi interessi di Confindustria dovrebbero essere sul fronte della difesa degli interessi delle imprese della manifattura, dei servizi e della produzione materiali di beni. E sull’interlocuzione, lato aziende, con lo Stato e le sue emanazioni. Ma il dato di fatto parla di una grande associazione dove i pesi massimi sono le partecipate pubbliche. Dunque, di fatto, lo Stato. Ragion per cui il vincolo associativo si trova depotenziato in epoche difficili. Come può, ad esempio, Confindustria sul tema del caro-energia compenetrare le pressioni delle aziende consumatrici di energia, la maggior parte della sua base, con quelle dei pesi massimi interni, che sono invece generatori e produttori? Come può muoversi come interlocutore un sindacato imprenditoriale in cui la rappresentanza romana è condizionata dai giochi di palazzo rispetto alla maggiore autonomia e capacità di rappresentanza dei territori delle sedi locali? Queste domande restano apertissime.

Verso il futuro

Bonomi è oggi sotto attacco da parte di stampa e commentatori di ogni orientamento politico. Andrebbe assolto, almeno in parte, da molte responsabilità. Confindustria insegue la politica da almeno un decennio. Dopo la fine dell’era Berlusconi, infatti, si è trovata a dover controfirmare l’agenda Monti, la più antindustriale della storia italiana, passando nel campo dei “conservatori” e del sostegno al vincolo esterno.

Matteo Renzi ha poco considerato Confindustria, che si difese solo grazie all’autorevolezza dell’allora presidente Giorgio Squinzi, nell’epoca degli oltre due anni del suo governo. Il tentativo di salita di Viale dell’Astronomia sul carro del renzismo prima del referendum costituzionale del 2016 ha segnato una sfiducia tra una parte del Paese e l’associazione che si è acuita con l’ascesa al governo del Movimento Cinque Stelle. Giuseppe Conte ha promosso il reddito di cittadinanza dribblando le preoccupazioni confindustriali. Mario Draghi, nel suo anno e mezzo di governo, ha aperto a interlocuzioni a tutto campo. Ma di fatto non ha fornito alcuna sponda per dare a Confindustria un ruolo di interlocutore privilegiato. Bonomi con Meloni sceglie la strada del governismo senza risultati migliori.

Che fare, dunque, per rilanciare Confindustria?

Paolo Madron su Lettera43 propone di rimettere al centro non i manager ma gli imprenditori. Il presidente ideale dovrà “essere un imprenditore che vive del suo lavoro, che può per la durata del mandato distaccarsene senza averne nocumento. Dovrà essere qualcuno che si dedica anima e corpo a recuperare l’identità e il prestigio perduti, e che non veda Confindustria solo come un trampolino di lancio a uso e consumo della sua carriera”. Nelle rappresentanze locali più virtuose Confindustria può pescare il successore di Bonomi, superando la rottura tra realtà concrete e “partito romano” alla base dell’attuale crisi.