“Decisione sconsiderata”: malumori in Europa dopo il voto sull’auto elettrica

Una fonte europea qualificata ci parla dei rischi per il sistema produttivo del voto sull'auto elettrica in Europa

“L’Europa rischia di aver firmato una condanna a morte per un suo settore vitale”: un funzionario italiano di alto rango di un primario ente economico europeo non nasconde la sua preoccupazione dopo il voto comunitario sull’auto elettrica. Dal 2035, lo ricordiamo, l’Europarlamento ha stabilito che nel Vecchio Continente potranno circolare solo veicoli non inquinanti accogliendo la proposta della Commissione.

Sull’auto elettrica “perbenismo e pressapochismo”

Ma dietro la collegialità con cui la Commissione delibera c’è maretta: “Sono sconcertato da questa decisione”, sottolinea la nostra fonte.

“La Commissione avrebbe dovuto calcolare le dinamiche produttive che questa scelta impone; avrebbe dovuto lanciare un’ampia, strutturata consultazione pubblica chiamando le migliori risorse e i migliori esperti dagli enti pubblici europei come la Banca Europea degli Investimenti“, che si occupa di investimenti strategici e in particolare di reti, “e consultarsi con i governi e le imprese a lungo prima di prendere anche solo l’abbozzo di una decisione”. Ma invece “il perbenismo politically correct si è unito al pressapochismo” permeando le istituzioni e questo mix “fa più danno di qualsiasi legge sbagliata”.

Un auto…gol per l’Italia

Sollecitato dalla lettura dell’intervista di True News al manager Andrea Taschini, che aveva parlato ai nostri microfoni dei rischi connessi alla possibile deindustrializzazione a cui l’Europa potrebbe andare avanti nel settore auto, il nostro contatto si domanda il perché di questo strappo in una fase in cui, peraltro, sia la Commissione che l’Europarlamento non decidevano in un clima di unanimità.

Dietro le quinte da tempo si consuma uno scontro tra ambientalismo ideologico e pragmatismo che è giunto fino alla superficie nei voti dell’8 giugno scorso. “Condivido i timori sul futuro dell’automotive”, ci dice, “e aggiungo che questa decisione evidenzia come l’Italia non tocchi palla su questi temi”.

Gli avvertimenti di ministri come Giancarlo Giorgetti, che da tempo avverte sullo strappo e sui rischi ad esso connessi, sono ben argomentati dalla nostra fonte: “Siamo gli unici fornitori di componenti di motori termici” in grado di soddisfare una quota determinante della domanda europea e “accettiamo che venga spazzata via una fetta enorme di industria con annesso valore aggiunto e presidio occupazionale”.

Con il possibile “disastro industriale per l’Emilia” a fare da ciliegina sulla torta. E “l’Italia, che ha una delle reti elettriche più avanzate al mondo, già di per sé farebbe fatica a reggere i picchi che questa operatività prevede. Figuriamoci altri Paesi” in un contesto a macchia di leopardo per l’Europa.

Dilemmi insoluti sull’auto elettrica

Se non riusciamo a trovare una strategia europea comune sulla transizione come potremo avere “una politica comune sulle rinnovabili, sulle autorizzazioni e sullo sviluppo delle reti? Una dozzina d’anni possono sembrare molti ma per aggiornare una rete elettrica e adattarla alle nuove, colossali esigenze che emergeranno il tempo è ristretto”.

Con gli evidenti problemi di rete, ironizza il funzionario, “partiamo benissimo; aggiungiamoci l’assenza di procedure adatte ai progetti per le rinnovabili, con piani che possono arrivare ad avere un’attesa di sette anni prima di un’autorizzazione, i ritardi nella capacità di produzione delle batterie d’accumulo, vero fattore abilitante per l’auto elettrica, l’avanzata zoppicante dell’industria dell’idrogeno, che non sarà pienamente dispiegata prima del 2030″ e il problematico contesto globale e il quadro è completo.

Nell’Ue, in sostanza, non ci si chiede “perché si sia deciso di legarsi mani e piedi all’industria cinese“: e il fatto che anche la nostra fonte non sia in grado di darsi una risposta certifica che in Europa si vive, nuovamente, un problema di coerenza tra le politiche. Dopo la questione dei rischi concorrenziali legati ai possibili tetti al prezzo del gas e i litigi sulle sanzioni alla Russia, sul piano Fit for 55 la Commissione e gli enti ad essa legati vedono nuovamente un’avanzata contrastata.

E la mancata presenza di unità nel funzionariato apicale chiamato a mettere in campo le norme potrà essere un freno lo sviluppo di strategie organiche. Specie quando si parla di piani radicali destinati a stravolgere intere filiere e il lavoro di milioni di persone come i progetti sull’auto elettrica.