Aruba, la “multinazionale tascabile” che gestisce i dati della finanza europea

L'ascesa di Aruba nel mondo dei servizi IT, dalla pionieristica fondazione nel 1994 sino alla sfida per le rotte del cloud del futuro

È nata nel 1994, quando ancora internet e il mondo virtuale erano lontanissimi dal riempire la nostra quotidianità. Aruba può per questo vantare un titolo non da poco: è la prima società italiana per i servizi IT di data center, e-mail, PEC, registrazione domini e web hosting, ai quali sono aggiunti soluzioni di Cloud Computing, Private e Public Cloud, Cloud della PA .

Aruba, un piccolo gioiello made in Italy conosciuto anche all’estero

Nel giro di 27 anni, il piccolo gioiello made in Italy ha acquisito una certa notorietà anche oltre i confini nazionali, diventando leader in Slovacchia e Repubblica Ceca, presenza consolidata in Ungheria e Polonia e presente, in generale, nei principali mercati europei come Germania, Inghilterra e Francia. E le prospettive di crescita non mancano.

Aruba, gli esordi come Technorail

Non male per una realtà nata a Firenze in un’epoca completamente diversa da quella attuale.

Ricordiamo che in quel periodo Aruba si chiamava Technorail, e muoveva i suoi primissimi passi sventolando il brand Technet.it. Nel 2000 avviene prima l’affiancamento poi la sostituzione definitiva con la denominazione Aruba.it. Questo soggetto, nello stesso periodo, lancia un servizio di Free Internet dial-up, seguito da offerte di registrazione nomi a dominio e hosting. Passano gli anni e l’azienda inizia a raccogliere frutti dolcissimi.

Il data center da 2mila metri quadri ad Arezzo

Nel 2003, ad esempio, Aruba inaugura ad Arezzo un data center di 2mila metri quadrati per ospitare i webserver, mentre un anno più tardi assistiamo sia al passaggio da società a responsabilità limitata a società per azioni che all’acquisizione di due società: 9Net e Alicom. Le acquisizioni continuano, e anzi diventano più massicce. Nel 2006 annoveriamo l’acquisto di Masterweb e Seeyes e, in Polonia, di Alphanet – oltre alla parallela nascita di Aruba PEC, il gestore certificato accreditato niente meno che presso il Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione; nel 2007 di Websolutions, Cassiopea e Natan, e di BlazeArts Kft in Ungheria; nel 2008 di Hostingplan, Olimont, Exentrica e Consultingweb; nel 2009, infine, annoveriamo l’acquisizione di Actalis.

Proseguendo con i cenni storici più rilevanti dell’azienda, nel settembre 2011 prende il via il servizio di Cloud Computing, attivo in tutta Europa, mediante Aruba Cloud.

L’ulteriore crescita ed il lancio di Aruba Enterprise

Arriviamo quasi ai giorni nostri, con la creazione di CISPE (Cloud Infrastructure Services Providers in Europe), una sorta di coalizione di aziende tecnologiche incentrate sulla fornitura di servizi di infrastruttura inerente al cloud computing di stampo europei (2016) e l’inaugurazione del terzo data center di proprietà: Global Cloud Data Center a Ponte San Pietro, Bergamo (2017).

Nel 2019 prende vita la divisione Enterprise con il lancio di Aruba Enterprise, finalizzato a progettare soluzioni IT per pubbliche amministrazioni e aziende.

Aruba, società carbon negative dal 2020

Nel 2020, infine, sottolineiamo l’investimento di 11 milioni di euro per l’acquisizione della società idroelettrica Veneta; da quel momento in poi Aruba diventa carbon negative. I servizi di Aruba vengono erogati fondamentalmente mediante tre data center: due ad Arezzo e uno, come detto, a Ponte San Pietro.

Questi sono dedicati ai clienti italiani e dell’Europa Occidentale. Segue una quarta struttura in Repubblica Ceca, DC-CZ1, che serve invece la clientela dell’Europa Orientale e Centrale, e altri centri vari sparsi tra Francoforte, Londra, Varsavia e Parigi, dedicati a servizi cloud e non solo.

Un network in grado di ospitare più di 200mila server

In generale, la società italiana dispone di un network europeo in grado di ospitare più di 200mila server.

Per quanto riguarda i numeri, Aruba gestisce qualcosa come 8,6 milioni di caselle email, 2,7 milioni di domini, 8 milioni di caselle PEC, 130mila server, tra fisici e virtuale, e quasi 5,4 milioni di clienti. A conferma del ruolo strategico di questo gioiellino nato in Italia, possiamo citare due punti rilevanti. Il primo: con Aruba Business, nata nel 2015, l’azienda mette a disposizione i propri servizi a una enorme rete di IT partner; il secondo: dal 2016 Aruba è il Registro ufficiale dell’estensione “cloud”. Ed è proprio sul Cloud che la società sta decidendo di investire da qui ai prossimi anni.

Nella Bergamasca il data center delle Borse europee

Il primo, grande colpo è stato portato in tal senso dall’asse con Euronext. Dopo aver definita l’acquisizione di Borsa Italiana per 4,44 miliardi di euro e l’ingresso tra gli azionisti di Intesa Sanpaolo e Cdp Equity attraverso la sottoscrizione di un private placement per 579 milioni, Euronext – che riunisce sotto il suo ombrello le borse di Parigi, Milano, Bruxelles, Amsterdam e Lisbona – ha deciso di trasferire da Londra nel campus Aruba di Ponte San Pietro, il data center principale del gruppo.

Il Global Cloud Data Center di Aruba, inaugurato nel paese vicino Bergamo nel 2017, misura 200mila metri quadrati e diverrà nei prossimi anni l’epicentro del traffico dati della finanza europea. La migrazione è stata pensata in modo da essere pronti per il passaggio dei mercati di Borsa Italiana sulla piattaforma di trading Optiq entro il 2023.

Un’eccellenza anche in termini di sostenibilità

Come sottolinea Soiel, inoltre, il GCDC di Aruba è un’eccellenza tecnologica anche in termini di sostenibilità e risparmio energetico, in quanto utilizza “risorse energetiche provenienti da diverse fonti tra cui il fotovoltaico, l’idroelettrico – grazie a una centrale idroelettrica presente all’interno dell’area – e altre tecnologie, come l’utilizzo di impianti geotermici a elevata efficienza che permettono di regolare la temperatura delle sale dati abbassando ulteriormente i consumi, l’impatto energetico dei data center e di conseguenza quello ambientale”.

Aruba, attore in grado di giocare a viso aperto con i colossi del settore

Il secondo progetto è stato connesso alla partecipazione, segnaletica, in asse con Almaviva alla gara per il cloud nazionale vinta dal colosso Leonardo-Cdp Equity-Sogei-Tim, che però ha promosso Aruba come attore capace di giocare a viso aperto di fronte ai grandi colossi nazionali e non, aprendo la strada a un’alleanza sistemica di taglia europea per costruire soluzioni e standard comuni sul cloud aziendale. In particolare, Aruba è parte di un gruppo d’interesse franco-tedesco costituito assieme a Atos, De-Cix, Engineering, T-Systems e Top-Ix per rendere interoperabili le infrastrutture della nuvola e creare un’offerta integrata tutta europea. Il tutto nello spirito di Gaia-X, l’alleanza per il cloud sovrano europeo costruita tra il 2018 e il 2020 da aziende dei tre Paesi guida dell’Unione.

Come ha scritto Wired, “l’idea è quella di uscire dai lock-in tecnologici dei singoli operatori e creare un ambiente comune. In Europa si stanno formando negli spazi di circolazione e condivisione dei dati. Come CatenaX, un progetto che mette insieme la filiera europea dell’auto, da Bmw a Volkswagen, da Stellantis a Siemens. Un modello simile si vuole ora replicare a livello di infrastrutture, con un’offerta integrata che sarebbe al 100% made in Europe”.

Una “multinazionale tascabile” che costruisce le rotte del cloud del futuro

Aruba può essere un attore dinamico in questo processo, e i risultati cominciano a dare sempre più ragione alla “multinazionale tascabile” che dalla provincia italiana costruisce le rotte del cloud del futuro. Contribuendo a quelle integrazioni europee che appaiono una scelta obbligata perché il Vecchio Continente esista in futuro come attore tecnologico.