Pd, Giannuli stronca il progetto di rinnovamento: “Esperienza politica fallimentare”

Per Aldo Giannuli quella del Pd è un'esperienza politica giunta al capolinea definitivo con la debacle del 25 settembre

Perché potrebbe interessarti?: Per capire come sarà difficile per il Pd ricostruire una coesione e un’unità d’intenti dopo il disastro elettorale del 25 settembre, che ha messo a nudo i problemi strutturali della formazione egemone del centrosinistra italiano.

“I dirigenti del Partito Democratico dovrebbero smettere di giustificarsi e autoassolversi: prendano atto che l’esperienza politica che rappresentano ha fallito”. Aldo Giannuli non le manda a dire sul piano di Enrico Letta per il rinnovamento del Pd e sulle prospettive di rifondazione di cui i maggiorenti del partito principale del centro-sinistra italiano parlano dalla fatidica notte post-elettorale del 25 settembre.

E parlando con True News il politologo e storico dell’Università degli Studi di Milano argomenta il suo ragionamento.

Professor Giannuli, quindi nessuna speranza per il Pd di rifarsi cambiando nome e leadership?

Nessuna in assoluto. Il Pd, inteso come continuità Pds-Ds-Pd, ha per decenni colpevolmente presentato le stesse facce, gli stessi nomi, le stesse giustificazioni di fronte alle sconfitte. Nel frattempo, dai 12 milioni di voti di Veltroni del 2008 siamo passati ai 5,3 milioni di Letta nel 2022.

Il Pd rimbalza in termini percentuali alle elezioni superando il 19% solo perché l’affluenza è tracollata. E in quest’ottica non ha pagato assolutamente la campagna elettorale di Letta…

Qual è stato l’errore principale di Letta?

Come si può presentare come argine alle destre una coalizione formata da un partito incapace di fare presa fuori dal suo elettorato con alleati improbabili come Di Maio o residuali? Soprattutto, come può seriamente il Pd presentarsi come alternativo alle destre quando è stato l’artefice della regressione sociale e dello sdoganamento a sinistra del neoliberismo nel nostro Paese negli ultimi decenni?

Il Pd quindi si presenta come portavoce di una sinistra da cui si è distaccato?

Sì.

Coloro che oggi sono tornati in campo parlando di rifondazione del Pd, di autocritica, di analisi della sconfitta sono gli stessi dirigenti che ai tempi del Pds e dei Ds hanno votato ogni riforma che ha avviato lo smantellamento del sistema sociale nazionale: penso al disastroso Pacchetto Treu degli Anni Novanta; penso alle liberalizzazioni massicce avvenute a cavallo dei due secoli; penso, dopo la nascita ufficiale del Pd, al sostegno compatto al governo Monti e alle sue politiche di austerità.

Per non parlare delle politiche del Pd di Matteo Renzi, responsabile del combinato disposto Jobs Act-Buona Scuola, della cancellazione dell’Articolo 18 e di un abbraccio mortale con la finanza e i salotti di potere. L’infatuazione del Pd per Mario Draghi, del resto, è figlia di questa evoluzione storica. E dirò di più…

Continui, Professore…

Il Pd ha perseguito un’agenda di destra aggiungendo a questo due temi. Primo, un aumento della pressione fiscale che ha danneggiato il ceto medio e contribuito ad alimentare la protesta populista.

Non che, ad esempio, il centrodestra poi abbia fatto molto nei periodi al potere per ridurla, ma la responsabilità del Pd è chiara. Secondo, il Pd è diventato il partito del potere, della perpetrazione del ceto politico, dell’ibridazione tra apparati pubblici, partecipate e roccaforti d’influenza a livello nazionale e locale. Non a caso oggigiorno buona parte della tenuta del Pd avviene a livello locale, comunale e in second’ordine regionale.

La somma dei portatori d’interesse che ancora ruotano attorno al Pd è quello che ad oggi vede un esperimento politico fallimentare vedere attorno a sé un declino che sarà graduale ma non immediato.

Quindi sbandierare come modelli per un nuovo Pd le esperienze regionali o civiche è fuorviante?

Sì, perché lì il Pd riesce a sopravvivere grazie alle convergenze di interessi che lo tengono a galla. Ma le elezioni politiche hanno mostrato un dato chiaro: a livello di affezionamento dell’elettorato il Pd è in ritirata nelle sue roccaforti, in Emilia e Toscana il centrosinistra è stato superato dalla destra, ha perso collegi storicamente sicuri come Ravenna, Modena e Livorno, tiene a Bologna, Firenze, Reggio Emilia e pochi altri centri, ma non ha presa sugli elettori.

Umbria e Marche sono perdute a ogni livello, forse definitivamente. L’appello al “voto utile” contro le destre potrà funzionare in centro a Bologna, non altrove. E nel resto d’Italia la situazione è chiara: il Pd e Letta hanno compiuto il capolavoro di resuscitare Giuseppe Conte dimenticando il Sud Italia, dove non toccano palla, si sono fatti sottrarre voti da Carlo Calenda e da Azione, hanno i risultati migliori nei centri delle grandi città, ovvero i luoghi più distaccati dalla situazione reale del Paese che il Pd ha colpevolmente e intenzionalmente trascurato. Non si può nemmeno più parlare di “tradimento”. Il Pd e i suoi dirigenti sono gli esponenti dello sdoganamento in Italia del neoliberismo e dei suoi principi, non una formazione progressista o di sinistra.

Nessuna speranza di rilancio, dunque?

No, un partito che pur occupando stabilmente posizioni di potere e godendo di una ramificata rete di consenso mediatica e nell’establishment culturale perde il 55% dei voti in quattordici anni è in regressione definitiva. Il Pd non evaporerà semplicemente perché mantiene una rendita di posizione locale, non ha concorrenti credibili per il suo elettorato al di fuori di figure non eccellenti come Conte e Calenda e beneficerà strutturalmente della riduzione dell’affluenza alle urne. Ma in termini di capacità di aggregare coalizioni, proporre una visione per il Paese, riformulare un progetto per il futuro al di là dell’obiettivo di occupare stabilmente le cariche di potere nessuna figura del Pd, presente o del passato, può offrire alcunché. Tutti hanno firmato una cambiale in bianco con un’esperienza giunta con l’era Draghi al suo capolinea. La cosa migliore da fare per questo Pd sarebbe chiuderlo, anche se ovviamente ciò non avverrà. Ci vorranno magari una o due legislature, in cui il Pd resterà in doppia cifra, ma la capacità di attrazione e di progettualità per essere una reale forza di governo del Paese è perduta per sempre. E con l’estromissione dalle posizioni di potere ciò diverrà palese.