E’ uscita la nuova puntata di “Frontale”, newsletter di Fabio Massa con riflessioni (su Milano e non solo), inside e racconti di quello che accade in città. Ci si può iscrivere qui: https://frontale.substack.com
Il protagonista di questa storia si fa chiamare Ghost Pitùr. Resta ignota la sua vera identità, ma non il suo lavoro diurno: fa l’imbianchino. Di notte invece, come Batman, mentre la città dorme, incappucciato cancella le scritte dai muri imbrattati di Brescia. Celebrato come “l’eroe del decoro” ed eletto “l’anti-Bansky”, rispetto a casi specularmente opposti di bizzarri personaggi urbani come quel Fleximan balzato agli onori delle cronache perché abbatteva autovelox con un flessibile, Ghost Pitùr prova invece a costruire. O meglio, a restituire colore. E la sua esperienza è arrivata addirittura su Monocle, una delle riviste internazionali indipendenti dedicate al pubblico “alto” definita tra le più influenti al mondo. Ghost Pitùr si è conquistato il numero 3 della carrellata delle “100 idee” della “premier edition” di marzo con il lusinghiero appellativo di “Our new urban hero”.
Come ce l’ha fatta? Non certo con vandalismo estemporaneo. Anzi: la sua è una missione tecnica pianificata. Seleziona infatti i muri evitando accuratamente quelli vincolati dalla Soprintendenza. E ripristina le superfici cercando il colore originale con precisione chirurgica. Non tocca i murales, ma si accanisce solo sul degrado e sugli scarabocchi che offendono l’occhio. Infine lascia la sua firma: un foglio rimovibile, come un saluto discreto.
Ma perché lo fa? Ciò che lo muove è l’ideale della bellezza come un bene di tutti, idea che gli impedisce di ignorare lo stato di trascuratezza in cui versa circa il 90% degli edifici del centro storico bresciano. Agisce per amore, dice lui, non per gloria. Ma la gloria, intanto, è arrivata sotto forma di 220mila follower. Non per caso, ovviamente: ogni restauro che realizza viene infatti documentato e condiviso sui suoi profili social (Instagram, Tiktok e Facebook) dove tenta di diffondere un messaggio di sensibilizzazione verso la cura del bene comune, cercando di trasformare il gesto individuale in uno stimolo per la collettività.
Ghost Pitùr scrive su Instagram: “Non sono un eroe, sono un cittadino. Il mio è un atto di amore urbano. Pulisco muri imbrattati, cancello il degrado, lo faccio perché la bellezza è un bene di tutti.” E così c’è chi lo celebra, come Monocle, e chi storce il naso. Alessandro Mininno, esperto di writing, ha spiegato sul Giornale di Brescia che cancellare tutto significa imporre una “dittatura dei pochi”. Secondo Mininno, le scritte – anche quelle brutte – sono la memoria viva della città: “rimuoverle è un atto di prepotenza simile a quello dei writer, dove si decide da soli cosa deve vedere la collettività “. A tal proposito, l’imbianchino bresciano dichiara sui social “Il mio è un gesto apolitico”. Tuttavia proprio su questo, il direttore di ArtTribune Massimiliano Tonelli nota un ulteriore paradosso: la politica applaude chi pulisce “illegalmente”, ma non crea leggi efficaci per prevenire il problema alla radice. Pare infatti che alcuni esponenti locali della Lega abbiano condiviso i suoi video usandoli come esempio di senso civico. E dire che proprio il fondatore del Carroccio Umberto Bossi, recentemente scomparso, amava ripetere: “I muri sono i libri del popolo”… Non manca poi qualche complottista che solleva il lecito dubbio se dietro queste copiose visualizzazioni sui social non ci sia un ente terzo che trae profitto dal fenomeno mediatico.
Ma quindi, meglio una città a tinta unita o uno spazio vivo che accetta i segni dell’uomo? Frontale lo ha chiesto proprio a lui, il Ghost Pitùr.
La rivista Monocle la celebra come l’anti-Banksy. Si riconosce in questa definizione?
No, me ne discosto, così come mi discosto da chiunque mi definisca artista. Io mi ritengo un imbianchino, uno dei tanti. L’imbianchino stende un prodotto su un muro non per creare arte o disegni, ma per riportare una superficie a uno stato pregresso, più pulito e ordinato. È quello che faccio di lavoro tutto il giorno: ripulisco muri dal graffito, dalla manata di un bambino o dall’usura del tempo. Non ho mai pensato di essere un artista. Il riferimento a Banksy è venuto facile a molti, ma io credo che, come ogni artista vero, anch’io mi esprima a modo mio con un fine: stimolare un domani un movimento, un’unione che faccia la forza per ripristinare aree che sono state mancate di rispetto.
C’è una città specifica in cui vorrebbe operare o questo amore urbano è rivolto solo a Brescia?
Ho iniziato a Brescia e verosimilmente mi fermerò qui. Da un lato per questioni logistiche, dato che ho tanto lavoro durante il giorno e quello è il mio sostentamento, un lavoro che mi piace da morire e mi dà grandi soddisfazioni. Il fenomeno delle scritte sui muri – e parlo di scritte che di artistico hanno ben poco, siano esse nomi, sigle, frasi politiche o calcistiche – riguarda superfici che sono state studiate, sudate e acquistate. Brescia è la mia città e c’è tantissimo da fare. Non sono un eroe anche se molti mi definiscono così, non ho i superpoteri, sono un essere umano con il suo furgoncino. Vorrei che il mio operato fosse uno stimolo per altri in altri luoghi: non è necessario essere imbianchini per tinteggiare un muro, è un’azione alla portata di chiunque abbia un po’ di manualità.
Sui social dichiara che le sue opere sono apolitiche, ma i suoi interventi sottintendono una visione urbana precisa. È solo cura della città o c’è un messaggio politico?
È il desiderio di riportare le superfici a come sono state concepite. Non credo che un progettista abbia mai immaginato un palazzo come una lavagna per chiunque passi con una bomboletta. Le scritte sono un “extra” che altera ciò che l’edificio rappresenta. A chi mi accusa di cancellare opinioni, rispondo che ognuno è libero di esprimersi, ma senza ledere la libertà altrui. Io non mi permetto di scrivere su casa tua, a prescindere dal messaggio. Oggi sembra che tutto debba avere una connotazione politica, ma voler vedere i muri puliti non fa di me un fascista. Seguendo questa logica, gli spazzini sarebbero di destra e i giardinieri dei censori perché non lasciano la vegetazione libera di crescere ovunque. La casa nasce per essere casa: chi imbratta manca di rispetto a chi ha investito sacrifici. L’edilizia è regolamentata da piani del colore e armonia visiva; rispettarli è un discorso di civiltà, non di ideologia. Mi piace pensare che siamo più civili di chi 3mila anni fa scriveva nelle caverne.
In definitiva, come definirebbe la natura del suo gesto?
Un giornalista ha usato una definizione che mi è piaciuta molto: ciò che faccio è “politico” nel senso etimologico del termine, ovvero polis, dal greco “città”. È politico il prendersi cura della comunità, ma è un gesto assolutamente apartitico. È una questione di rispetto. Dopo oltre venti muri puliti non ho ricevuto mezza contestazione; anzi, mi è capitato che dei residenti, vedendomi all’opera di notte, uscissero di casa per portarmi il caffè e stringermi la mano. Se domani qualcuno si lamenterà preferendo il muro imbrattato, rispetterò la sua scelta, ma chi scrive sui muri oggi lo fa fregandosene di ciò che la gente desidera in casa propria.
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