Un blackout improvviso travolge in poche ore la presenza digitale di Fabrizio Corona. Nella girandola di notizie che animano il panorama social e mediatico, a sorprendere stavolta è la decisione di rimuovere non solo i profili Instagram e TikTok dell’ex re dei paparazzi, ma anche tutti i contenuti del suo format Falsissimo dalla piattaforma YouTube. Un provvedimento penale della magistratura: dietro l’oscuramenteo dei contenuti ci sarebbe una manovra orchestrata dall’ufficio legale di Mediaset.
La spiegazione, almeno dal lato delle piattaforme, viene affidata a un portavoce di Meta che chiarisce: si tratta di “violazioni multiple degli Standard della community”. Dietro le quinte, emergono dettagli: i profili sono stati bloccati per “violazione del copyright e contenuti diffamatori”. Ma, come ricorda l’avvocato Ivano Chiesa, «sui contenuti diffamatori chi l’ha stabilito? Ci son delle sentenze? No». Le piattaforme, rammenta ancora Chiesa, non solo agiscono senza notifica, ma nemmeno ascoltano il destinatario prima di intervenire: “Questa è una decisione che viene assunta senza chiedere niente all’altro, senza ascoltare prima le sue giustificazioni, senza nessuna notifica. Io non ho ricevuto nessun atto da parte dell’Autorità giudiziaria italiana né da quella civile né da quella penale. È una iniziativa dei colossi del web”.
L’avvocato Chiesa: “Siamo in Corea? Lo penso anche io”
E qui si innesca la volata delle reazioni, soprattutto quella – dalle tinte forti – dell’avvocato del diretto interessato. Ivano Chiesa non risparmia critiche dure e paragoni scomodi: «Secondo me è una operazione di oscuramento degna da un Paese diverso dall’Italia, che è un Paese democratico. Non siamo in Cina, non siamo in Russia. Qualcuno mi ha scritto dicendo che siamo in Corea, è quello che penso anche io». Il nodo, secondo l’avvocato, sarebbe soprattutto la natura “dissonante e libera” della voce di Corona, considerata quindi scomoda per il mainstream digitale. Un perfetto capro espiatorio, per una questione che esonda dalla vicenda personale e impatta su domande più ampie: sono le piattaforme private a decidere quali voci si possono esprimere?
Chiesa annuncia anche, senza mezzi termini: «Adesso faremo le attività giudiziarie necessarie… Se non siete d’accordo fate sentire la vostra voce, con tutti gli strumenti che avete a disposizione. Pare che siamo ancora in uno Stato libero, quindi ognuno può dire quello che vuole fino a quando non dovessero intervenire, anche in questo caso, con un provvedimento d’urgenza». C’è, in questo paragrafo, tutta la determinazione a non lasciare la partita in mano ai giganti del web, ma anche l’invocazione tipica della “guerra di informazioni” che si gioca sui nuovi media. La domanda retorica resta: chi la spunterà?
Corona: “Lavoro 20 ore al giorno, lo faccio anche per un senso di verità”
Curiosamente, la tempesta arriva a poche ore da un’intervista di Corona in TV che quasi anticipava la chiusura, anche se non la commentava direttamente. Incalzato sulle vere motivazioni dietro Falsissimo e il proprio ruolo sulla scena digitale, Corona non si nasconde dietro una cortina di finta modestia: «Lo faccio per soldi. Ma la televisione com’è nata, per soldi. I conduttori cosa fanno, lavorano per soldi, gli artisti lavorano per soldi, gli stessi calciatori. […] Ho guadagnato milioni ma non li ho guadagnati con Falsissimo, li ho guadagnati da quando ho 25 anni, poi li ho persi, li ho bruciati, li ho fatti, ma ho guadagnato milioni e milioni e milioni di euro». «Questa roba qui che faccio è una roba cerebrale, nel senso che tu non è che ti metti li e fai un video, è una roba che tu devi studiare la notte, guardare le carte, fai una sorta di introiezione e nei 3 o 4 giorni prima della puntata stai male, hai herpes, io lavoro 20 ore al giorno e faccio una vita da rinchiuso, tanto è vero che domani andrò a farmi un check up perché il corpo ha ceduto».
Se il denaro resta il motore dichiarato, Corona non dimentica di giocare la carta del martire dell’informazione e della verità: «Lo faccio anche per un senso di verità, se tu sei nella posizione di poter intercettare un pubblico che capisce questo… Perché se un altro si mettesse nello sgabello a fare quello che faccio io, se la gente non sentisse l’empatia, l’enfasi, come lo dici, come lo fai, non fingi, trasmetti verità. Se ho mai paura? Mai». Una dichiarazione che sembra una sfida, tanto agli avversari quanto ai network che lo hanno – per ora – silenziato. E qui la retorica di “ultima spiaggia” trova la propria apoteosi.
