Home Economy Pensioni, l’uscita dal lavoro si sposta a 67 anni e 6 mesi

Pensioni, l’uscita dal lavoro si sposta a 67 anni e 6 mesi

Pensioni news oggi

La questione pensioni torna a occupare la scena del dibattito pubblico. Secondo la nota di aggiornamento del Rapporto 2025 sulle tendenze del sistema pensionistico, elaborata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, dal 2029 l’età per la pensione di vecchiaia si allungherà di tre mesi: addio soglia dei 67 anni tondi. Uscita prevista, salvo ripetuti colpi di scena, a 67 anni e 6 mesi, a fronte di almeno 20 anni di contributi.

Non finisce qui. Secondo lo scenario tecnico aggiornato dalla Ragioneria generale, anche la pensione anticipata subisce un “allungamento del volatone”: dal 2029 ne serviranno 43 anni e 4 mesi di contributi (un anno in meno per le donne). Dal 2031 si prevedono altri due mesi di incremento. Punto di arrivo? “Nel 2040 l’aumento cumulato raggiungerà un anno e due mesi, portando i requisiti della pensione di vecchiaia a 68 anni e 2 mesi, e quelli della pensione anticipata a 44 anni. Nel 2050 l’età pensionabile arriverà a 69 anni, mentre per la pensione anticipata saranno necessari 44 anni e 10 mesi di contributi”.

Quote, Opzione Donna, lavori usuranti: cambia (quasi) tutto

Dietro le cifre tecniche, la realtà dei fatti: la stretta sulle vie d’uscita anticipata – tra Quota 103 e il drastico calo delle domande per Opzione Donna (meno 40,5%) – segnala uno scenario sempre più difficile soprattutto per le lavoratrici e per chi ha carriere discontinue e stipendi bassi. Le donne, ci ricorda il monitoraggio Inps, ricevono in media assegni più bassi di 380 euro rispetto agli uomini – conseguenze di una “torta” sociale sempre più iniqua.

A pagare il conto più salato, però, saranno i giovani che oggi si cimentano nei cosidetti lavori usuranti. Non solo dovranno rassegnarsi a restare “incollati” al lavoro, ma vedranno il fondo destinato a loro ridursi, passando da 233 a 193 milioni l’anno, ma solo dal 2033. “Sono proprio questi giovani, che oggi hanno meno di 40 anni – e che appena possono, emigrano altrove – a trovarsi con una pensione ancor più magra”.

Un sistema che penalizza il lavoro più duro

La normativa italiana, piaccia o no, resta tra le più rigide e burocratiche d’Europa. “Richiede metà vita lavorativa trascorsa in una lista a priori di lavori, oppure almeno 7 anni negli ultimi 10, e prevede comunque requisiti anagrafici elevati oltre i 61 anni”, mentre all’estero – Francia docet – ci si muove con sistemi più agili a punti o riduzioni automatiche.

Come annotano gli esperti: “Elevata è la probabilità di incorrere in una misclassificazione del rischio reale, perché ad una stessa attribuzione di mansione può corrispondere una diversa sequenza delle operazioni a rischio”. Un capro espiatorio perfetto, in un mercato del lavoro che si fa sempre più disarticolato.

Sanità, ingiustizie e ricadute sistemiche

L’Italia sceglie per l’ennesima volta di intervenire a posteriori e, come se non bastasse, con risorse in calo, “aggiungendo ingiustizia a ingiustizia”. Ecco perché, come sottolinea la segretaria confederale della Cgil, Lara Ghiglione: “Il meccanismo non si fermerà: secondo lo scenario demografico Istat, nel 2040 l’aumento cumulato raggiungerà un anno e due mesi”.

I rischi? Tra invecchiamento e mansioni pesanti, l’interazione amplifica le emergenze sanitarie – e, come a cascata, pesa sulla fiscalità generale, mentre la lotta all’evasione resta al palo e le aliquote aumentano per i soliti noti.

Neutralizzazione dei contributi: una (piccola) difesa

Una spirale difficile da spezzare, insomma. Ma c’è anche un altro aspetto tecnico da considerare: quello della neutralizzazione, strumento che permette – su richiesta – di “cancellare” dall’anzianità i contributi penalizzanti per il calcolo della pensione. “Serve a evitare che il prolungamento dell’attività lavorativa, dopo il raggiungimento della pensione, produca un risultato controproducente: si versano più contributi, ma si percepisce una pensione più bassa”.

La procedura, però, non è automatica: “Va richiesta espressamente mediante domanda da presentare all’Inps, indicando i periodi da escludere”. Un tassello in più, certo, ma poco conosciuto dalla maggioranza degli assicurati.

Una bomba sociale ancora aperta

Andiamo con ordine: di fronte alla prospettiva di una pensione che si allontana a colpi di revisione tecnica, la pressione si farà sentire. Le criticità (tutte evidenti) riguardano soprattutto giovani, donne, lavoratori usurati e – in fondo – l’intero equilibrio del sistema.

Pensando a un’Europa con regole uguali per tutti, il paragone fa male: “La selva di differenze produce competizioni sleali, interessi particolari e conflittualità permanenti”. Come si risolve tutto questo? Forse solo con un cambio di paradigma. Oppure, più probabilmente, con una crisi profonda che diventi occasione – e necessità – di riforma. Ma questa, come sempre, è un’altra storia.