Mattia Binotto lascia la Ferrari. Che non è più la stessa

Ora è ufficiale. Non solo il fatto che Mattia Binotto non sarà più il Team Principal ma  soprattutto che la Ferrari non è più lei.

Ora è ufficiale. Non solo il fatto che Mattia Binotto non sarà più il Team Principal ma  soprattutto che la Ferrari non è più lei. Perché le dimissioni del Capo della scuderia soprattutto per come sono state gestite raccontano di un malessere che va oltre la pista e forse spiega i magri risultati sportivi degli ultimi anni.

Pensiamo, ad esempio, alla comunicazione

Pensiamo, ad esempio, alla comunicazione. La Ferrari (con la F maiuscola) quando decideva lo faceva in segreto e soprattutto in silenzio. Dalle finestre e dalle porte delle sale riunioni non usciva uno spiffero d’aria e nemmeno una parola. Poi, il giorno prestabilito, arrivava l’annuncio che coglieva tutti in contropiede. Oggi no. Nelle ultime settimane i rumors non solo hanno riempito il paddock ma sono addirittura finiti come notizie sulle prime pagine dei giornali (anche quelli storicamente vicini alla famiglia Agnelli). Erano i giorni del licenziamento di Binotto a cui è seguita una smentita ufficiale che tutti sapevano essere un atto dovuto ma del tutto prima di contenuto reale; fino alle dimissioni di ieri. Per non parlare poi del fatto che il comunicato ufficiale di Maranello si chiude con la più strana delle frasi possibili: «Inizia ora il processo per identificare in nuovo Team Principal della Scuderia Ferrari, che dovrebbe concludersi nel nuovo anno».

Il mondo della Formula 1 non ha soste

In che senso? Davvero ad oggi la squadra e la costruzione della nuova macchina viene lasciata ad una persona che si è dimessa? Davvero non c’è già un sostituto con pieni poteri all’opera? Il mondo della Formula 1 non ha soste. Le auto del mondiale 2023 sono in fase molto avanzata; rallentare anche solo per un mese il lavoro di sviluppo comporta danni pesanti sulle prestazioni in pista. Com’è possibile che non ci sia già un nuovo comandante in capo all’opera? Osiamo sperare che in realtà tutto questo sia già nei fatti ma che venga solo tenuto nascosto; altrimenti sarebbe un disastro.

Sono mesi che sulla testa di Binotto si addensavano nubi e tempeste

Anche perché sono mesi che sulla testa di Binotto si addensavano nubi e tempeste. Con il mondiale perso, diciamo da luglio, si sarebbe potuto (anzi, dovuto) risparmiare tempo cambiando in corsa e lavorando con un nuovo leader alla macchina del prossimo anno. Invece, così facendo, viene da se che la macchina 2023 sarà firmata ancora dal dimissionario Binotto, fornendo a tutti un alibi meraviglioso in caso di stagione negativa («Questa macchina non l’ho disegnata io – ci racconterà il prossimo team Principal se le cose dovessero andare male  – la mia la vedrete nel 2024»).

C’è poi una questione profonda da risolvere

C’è poi una questione profonda da risolvere, di cui non si parla. Ferrari, con Binotto, aveva scelto la figura di un Team Principal che non solo era il Capo della scuderia ma anche il responsabile tecnico dell’intero progetto. Mercedes e Red Bull invece da anni hanno una divisione dei ruoli. I tedeschi hanno al timone Toto Wolff e James Allison capo del progetto tecnico; gli austro-inglesi hanno Chris Horner ed il genio della matita, Adrian Newey. Cosa hanno intenzione di fare a Maranello? Sceglieranno un unico uomo o sdoppieranno i ruoli? Inutile dire che l’ultimo decennio parla chiaro: chi ha vinto è un team con due teste pensanti, una tecnica, una sportiva-organizzativa. Aspettiamo con ansia la decisione di Maranello.

Di sicuro, il segnale arrivato nella notte di ieri, è molto chiaro: vincere è l’unico cosa che conta. John Elkann in poche ore ha cambiato la guida della Juventus e della Ferrari con l’obiettivo di riportare il mondiale che manca da 14 anni. Troppi per lui e per i tifosi.